Anche se in ritardo, non posso fare a meno di reagire ad un'intervista del poeta Davide Rondoni, che è un amico, rilasciata al Corriere della Sera del 19 gennaio scorso. Stimo tantissimo Rondoni, che oltretutto ha scritto anche la prefazione a un mio libro. Ma in un blog che ha per sottotiolo Beati noi che viviamo sempre a Rimini, non posso tacere su alcune sue affermazioni.
Lo spunto dell'intervista è la mostra su Cagnacci appena inaugurata a Forlì che rappresenta un nuovo significativo episodio della vocazione culturale che la città ha recentemente scoperto. Volendo cantare le lodi della sua terra, forse per volontà propria o forse perchè trascinato dall'intervistatore, Rondoni si lascia andare a giudizi sulla Riviera. Una prima volta evocando una frase udita in casa: "I riminesi hanno fatto i soldi in vent'anni, ma sarà la loro rovina"; una seconda volta esprimendo una propria convinzione: "La vera Romagna è soltanto Forlì e Ravenna". Infine proponendo un paragone: "Essere di terra dà radicamento, evita la schiuma, lo splendore effimero". Non so se ho la coda di paglia, ma mi pare che qui Rondoni pensi a Rimini.
Che dire? Dispiace che un intellettuale raffinato come lui su Rimini si affidi all'opinione corrente e alle immagini stereotipate. Noi saremmo quelli che pensano solo a far soldi, che esaltano l'effimero, che disprezzano la cultura. Forlì sarebbe invece una sorta di arcadia o di accademia. Mah! Si potrebbe rispondere che guarda caso Cagnacci è nato da queste parti e che a Rimini, come ben sa Rondoni perchè ne è uno dei protagonisti, si tiene ogni anno il Meeting, che in quanto a manifestazione culturale un certo peso ce l'ha. Oltrettutto già molti anni fa, ben prima dei forlivesi, organizzò una mostra su Cagnacci che fu un evento, e di grandi mostre ne ha organizzate parecchie: ad aprile sarà inaugurata Exempla. Anche la storia dei soldi andrebbe rivista: la verità è che una generazione di contadini e di muratori dal niente seppe inventarsi uno dei più famosi centri di vacanza al mondo. Con qualche stortura, certo, ma con un'epopea dell'inventiva e del rischio che meriterebbe di essere studiata in tutte le Università del mondo.
Vorrei poi dire che un amico comune, Bruno Sacchini, quando parla della crisi di Rimini dice che il pericolo maggiore è che la città diventi una Forlimini, cioè un bel cittadone provinciale, che dimentica o tradisce la vocazione internazionale, la contemporaneità alle mode e alle tendenze che hanno caratterizzato Rimini negli ultimi decenni. Nel bene o nel male.
C'è invece una cosa che da riminese ho sempre invidiato a Forlì. Noi siamo per definizione anarchici, individualisti, a volte presi dal sacro furore di distruggere ciò che un altro cerca faticosaemnte di costruire. A Forlì hanno dimostrato di saper fare squadra, di vivere una sorta di solidarietà cittadina per cui, fissato un obiettivo, tutti portano il proprio mattone, al di là delle diverse appartenenze.
Su una cosa Rondoni ha perfettamente ragione: la vera Romagna sono Forlì e Ravenna. Noi riminesi siamo una marca di confine, siamo gente di mare e non di terra. Da secoli siamo abituati ad essere crocevia, luogo di incontro. Inoltre Rimini non ha dato i natali al fondatore del fascismo nè si è mai distinta per violenza politica o virulenza anticlericale, come il ravennate. Dei romagnoli abbiamo forte il senso dell'ospitalità, l'amore per la vera piada (quella più sottile), la passione di essere protagonisti.
Ci piace anche divertirci. E' un peccato grave?

