Domani 4 novembre sul Corriere di Romagna uscirà un altro mio articolo su don Oreste Benzi.
Eccolo:
Lo incontrai per la prima volta ad Alba di Canazei, nella Casa Madonna
delle Vette, la struttura da lui voluta per favorire, nell’affascinante
cornice delle Dolomiti, “un incontro simpatico con Cristo”. Era il
1971, avevo quattordici anni e non ero mai stato in montagna. Eppure
dietro a lui, alla sua giacca a vento nera, percorsi, ramponi ai piedi,
tutto il ghiacciaio della Marmolada, arrivando fino a Punta Penia. Con
i campeggi per i pre-ju, cioè per i preadolescenti, ha fatto conoscere
le Dolomiti a generazioni di giovani riminesi. Ma non era un’agenzia
viaggi, portava i ragazzi in montagna perché le vette della Marmolada,
del Piz Boè o del Catinaccio aiutassero all’incontro con Cristo. Per
trovare i soldi necessari per costruire quella casa nella seconda metà
degli anni Cinquanta andò anche negli Stati Uniti a battere cassa: il
denaro glielo diede il cardinale Cushing, grande amico della famiglia
Kennedy. In tasca aveva anche una lettera di Federico Fellini che lo
presentava al mondo di Hollywood, ma non riuscì ad arrivarci perché il
vescovo lo richiamò in Italia.
Sono episodi della biografia di don Oreste Benzi emersi nel corso delle
avventurose conversazioni che ebbi con lui nell’estate del 1992, finite
poi nella lunga intervista che è il corpo centrale di Con questa tonaca
lisa, il libro che ha segnato l’ingresso di don Benzi nel mondo
editoriale. Le ho chiamate avventurose conversazioni perché avvenivano
prevalentemente di notte o in auto, quando i pressanti impegni di don
Oreste lo permettevano. A volte mentre parlavamo era preso da
irresistibili sbadigli; mi chiedeva cinque minuti di sonno, e poi si
ripartiva con le domande e le risposte.
Negli anni Novanta lavoravo alla redazione del Messaggero, occupandomi
prevalentemente di Chiesa e di questioni sociali. Don Oreste era uno
degli interlocutori principali ed ogni volta che lo chiamavo mi
inondava con un fiume di parole, tanta era la sua ansia di far arrivare
al mondo intero il suo giudizio sui problemi del momento. “Facciamo un
libro”, gli proposi.
Di don Oreste si possono dire tante cose, si possono scrivere libri (io
ne ho appunto scritto uno), si possono elencare i numerosi ambiti di
impegno in cui ha coinvolto la sua Comunità Papa Giovanni XXIII (dai
tossicodipendenti alle prostitute, dai nomadi ai bambini senza
famiglia), si possono ricordare le sue tante battaglie sociali (da
quelle tutte riminesi come le occupazioni di via Acquario a quelle
nazionali contro la schiavitù della prostituzione), ma in tutto questo
non va perso di vista il punto centrale: don Oreste è stato
innanzitutto un uomo vero. Se, come ha ricordato Benedetto XVI, don
Oreste è stato un infaticabile apostolo della carità a favore degli
ultimi e degli indifesi, questo è avvenuto perché il sacerdote sentiva
l’urgenza di affermare Cristo come pienezza dell’umano. Don Oreste è
stato un uomo vero perché ha fatto di Cristo il fondamento della sua
esistenza, tutto il resto è stato una conseguenza. Ecco perché si
poteva dissentire da lui per come affrontava certe questioni, per il
giudizio storico sugli avvenimenti sociali e politici, ma nulla poteva
incrinare la certezza di avere di fronte un uomo che il cristianesimo
lo aveva preso sul serio. Ed era un cristianesimo autentico, ortodosso,
senza concessione ai relativismi e ai modernismi del momento. Nella
Tonaca lisa ha consegnato il suo grido di dolore per la Chiesa
“assediata e disarmata”. Ma era un grido dettato dall’amore, perché la
Chiesa tornasse ad essere un popolo consapevole dell’unicità della
propria fede, perché i vescovi fossero apostoli capaci di accogliere i
profeti e i carismi e non burocratici amministratori, perché la Chiesa
reagisse alle sfide delle sette e dell’Islam.
L’ultimo incontro con don Oreste è stato ieri, nella camera ardente
allestita nella chiesa della Resurrezione. Dietro all’altare, sulla
bacheca, c’era una scritta per la liturgia del 1 novembre: siate santi.
Uno legge la scritta, abbassa gli occhi e vede il corpo di don Oreste
composto nelle sue vesti sacerdotali e con l’amato Rosario tra le dita.
Una coincidenza che per chi crede è soprattutto un segno. Don Oreste
Benzi è morto nella notte tra la festa di Ognissanti e la
commemorazione dei defunti. E nel commento alla liturgia del 2 novembre
aveva scritto: “Appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro
all’infinito di Dio”. Tra la gente che da ieri affolla la camera
ardente è spontaneo un commento: “Abbiamo un nuovo santo”. Sono anch’io
convinto che noi riminesi da ieri abbiamo un nuovo protettore.
Al termine dell’intervista per la "Tonaca lisa" ebbi l’impudenza di
chiedergli cosa ne sarebbe stato della sua comunità dopo la sua morte.
Lui rispose con grande semplicità: “La comunità non è di don Benzi, la
comunità è del Signore. Quando mi dicono tu sei il fondatore, io
rispondo che ho paura di essere l’affondatore. Ciò di cui ho davvero
paura è che dentro la comunità venga meno la profezia, che diventi
istituzione. Abbiamo bisogno di profeti e di profezia.” Quasi un
testamento spirituale.