Domani 4 novembre sul Corriere di Romagna uscirà un altro mio articolo su don Oreste Benzi.
Eccolo:
Lo incontrai per la prima volta ad Alba di Canazei, nella Casa Madonna
delle Vette, la struttura da lui voluta per favorire, nell’affascinante
cornice delle Dolomiti, “un incontro simpatico con Cristo”. Era il
1971, avevo quattordici anni e non ero mai stato in montagna. Eppure
dietro a lui, alla sua giacca a vento nera, percorsi, ramponi ai piedi,
tutto il ghiacciaio della Marmolada, arrivando fino a Punta Penia. Con
i campeggi per i pre-ju, cioè per i preadolescenti, ha fatto conoscere
le Dolomiti a generazioni di giovani riminesi. Ma non era un’agenzia
viaggi, portava i ragazzi in montagna perché le vette della Marmolada,
del Piz Boè o del Catinaccio aiutassero all’incontro con Cristo. Per
trovare i soldi necessari per costruire quella casa nella seconda metà
degli anni Cinquanta andò anche negli Stati Uniti a battere cassa: il
denaro glielo diede il cardinale Cushing, grande amico della famiglia
Kennedy. In tasca aveva anche una lettera di Federico Fellini che lo
presentava al mondo di Hollywood, ma non riuscì ad arrivarci perché il
vescovo lo richiamò in Italia.
Sono episodi della biografia di don Oreste Benzi emersi nel corso delle
avventurose conversazioni che ebbi con lui nell’estate del 1992, finite
poi nella lunga intervista che è il corpo centrale di Con questa tonaca
lisa, il libro che ha segnato l’ingresso di don Benzi nel mondo
editoriale. Le ho chiamate avventurose conversazioni perché avvenivano
prevalentemente di notte o in auto, quando i pressanti impegni di don
Oreste lo permettevano. A volte mentre parlavamo era preso da
irresistibili sbadigli; mi chiedeva cinque minuti di sonno, e poi si
ripartiva con le domande e le risposte.
Negli anni Novanta lavoravo alla redazione del Messaggero, occupandomi
prevalentemente di Chiesa e di questioni sociali. Don Oreste era uno
degli interlocutori principali ed ogni volta che lo chiamavo mi
inondava con un fiume di parole, tanta era la sua ansia di far arrivare
al mondo intero il suo giudizio sui problemi del momento. “Facciamo un
libro”, gli proposi.
Di don Oreste si possono dire tante cose, si possono scrivere libri (io
ne ho appunto scritto uno), si possono elencare i numerosi ambiti di
impegno in cui ha coinvolto la sua Comunità Papa Giovanni XXIII (dai
tossicodipendenti alle prostitute, dai nomadi ai bambini senza
famiglia), si possono ricordare le sue tante battaglie sociali (da
quelle tutte riminesi come le occupazioni di via Acquario a quelle
nazionali contro la schiavitù della prostituzione), ma in tutto questo
non va perso di vista il punto centrale: don Oreste è stato
innanzitutto un uomo vero. Se, come ha ricordato Benedetto XVI, don
Oreste è stato un infaticabile apostolo della carità a favore degli
ultimi e degli indifesi, questo è avvenuto perché il sacerdote sentiva
l’urgenza di affermare Cristo come pienezza dell’umano. Don Oreste è
stato un uomo vero perché ha fatto di Cristo il fondamento della sua
esistenza, tutto il resto è stato una conseguenza. Ecco perché si
poteva dissentire da lui per come affrontava certe questioni, per il
giudizio storico sugli avvenimenti sociali e politici, ma nulla poteva
incrinare la certezza di avere di fronte un uomo che il cristianesimo
lo aveva preso sul serio. Ed era un cristianesimo autentico, ortodosso,
senza concessione ai relativismi e ai modernismi del momento. Nella
Tonaca lisa ha consegnato il suo grido di dolore per la Chiesa
“assediata e disarmata”. Ma era un grido dettato dall’amore, perché la
Chiesa tornasse ad essere un popolo consapevole dell’unicità della
propria fede, perché i vescovi fossero apostoli capaci di accogliere i
profeti e i carismi e non burocratici amministratori, perché la Chiesa
reagisse alle sfide delle sette e dell’Islam.
L’ultimo incontro con don Oreste è stato ieri, nella camera ardente
allestita nella chiesa della Resurrezione. Dietro all’altare, sulla
bacheca, c’era una scritta per la liturgia del 1 novembre: siate santi.
Uno legge la scritta, abbassa gli occhi e vede il corpo di don Oreste
composto nelle sue vesti sacerdotali e con l’amato Rosario tra le dita.
Una coincidenza che per chi crede è soprattutto un segno. Don Oreste
Benzi è morto nella notte tra la festa di Ognissanti e la
commemorazione dei defunti. E nel commento alla liturgia del 2 novembre
aveva scritto: “Appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro
all’infinito di Dio”. Tra la gente che da ieri affolla la camera
ardente è spontaneo un commento: “Abbiamo un nuovo santo”. Sono anch’io
convinto che noi riminesi da ieri abbiamo un nuovo protettore.
Al termine dell’intervista per la "Tonaca lisa" ebbi l’impudenza di
chiedergli cosa ne sarebbe stato della sua comunità dopo la sua morte.
Lui rispose con grande semplicità: “La comunità non è di don Benzi, la
comunità è del Signore. Quando mi dicono tu sei il fondatore, io
rispondo che ho paura di essere l’affondatore. Ciò di cui ho davvero
paura è che dentro la comunità venga meno la profezia, che diventi
istituzione. Abbiamo bisogno di profeti e di profezia.” Quasi un
testamento spirituale.

Don benzi è stato il mio insegnante di religione nelle superiori e mi ero recato da lui anche per trovare un posto di lavoro
Scritto da: HOTEL RIMINI | 11 aprile 2008 a 09:23
Giovangualberto Ceri
E-mail: giovangualberto@tiscali.it
Firenze, Festa della Natività, A.D. 2009.
LETTERA AUTOBIOGRAFICA APERTA .
Cfr. BLOG di “Nuova Agenzia Radicale su Monsignor E. BARTOLETTI”.
TITOLO
Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12).
Gentili Signore e Signori,
siccome in questo mio lavoro sarà la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II,II,1) a dover portare, nel mondo cristiano-cattolico, delle nuove e buone idee sul divorzio coniugale, dirò subito quello che risulta che essa pensi, almeno per me. La dimostrazione matematica l’affronterò successivamente. La mia scoperta astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiana del giorno sabato 15 Agosto 1293 in cui Dante fu visto, accorgendosene, dalla “gentile donna giovane e bella molto” somigliante al nono Cielo cristallino e di Maria (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1) costituirà dunque l’epicentro di questa mia dimostrazione tramite lettera autobiografico-dantesca che, infine, porterà anche ad avvallare la moderna nostra legge 1° dicembre 1970 n. 898 sul divorzio.
Questa lettera si compone di tre parti. La prima esporrà il nuovo senso, da me scoperto, del nono Cielo acqueo, cristallino e di Maria, o Primo Mobile, evidenziandone quei punti salienti rimasti fino ad oggi nell’ombra mentre, questa stessa esposizione, farà anche da introduzione alla successiva trattazione, questa volta rigorosamente scientifico-astrologico-liturgica, dello stesso Cielo cristallino che avverrà nella terza parte. Nella seconda parte della lettera cercherò invece di giustificare la mia spinta personale ad affrontare questo tema che affonda le sue radici nella mia biografia. La terza parte dimostrerà infine, come ho già accennato, attraverso quale ragionamento scientifico-medievale, cioè matematico, astrologico e liturgico, sono arrivato ad indicare il giorno sabato 15 Agosto 1293, in cui Dante fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna” (Vita Nuova, XXXV,2; Convivio, II,II, 1). Essa risulterà lì a rammentare, forse non solo in senso lato, la funzione misericordiosa che deve avere il Cielo cristallino di Maria e perciò aperta a considerare positivamente anche la tentazione e, tale fenomeno, sarà rilevato, sia dal calcolo sul Tempo civile che dal calcolo sul Tempo liturgico, del ricordato giorno 15 agosto 1293.
Gli argomenti sono tanti, difficili e diversi fra loro, per cui volendo io procedere ugualmente considerandoli tutti, dovrò fare di questo mio lavoro una specie di “collage”. Non tutti i collage riescono bene, specialmente la prima volta. Io mi accontenterei che il mio risultasse, quanto meno, molto utile.
Parte prima
Inizio il mio lungo discorso affermando che la “gentile donna”, epicentro della mia dimostrazione, essendo simbolo indiscusso della Filosofia pitagorica e della Morale Filosofia (Convivio, II, XV, 12) ed avendo comparazione dichiarata col Cielo cristallino, acqueo e di Maria, o Primo Mobile (Convivio, II, XIV, 14), finirà anche per rendere conto, quando sapremo chi essa veramente è, delle intenzioni che animano questo stesso nono cielo Cristallino, o Primo Mobile. Prima delle mie ricerche, sul nono cielo tutti hanno mostrato di saperne ben poco e, da qui, lo stimolo al il mio piano strategico: invertire la situazione.
Orbene, siccome la gentilissima Beatrice, dopo il suo trapassamento, sappiamo intanto che fu chiamata dal Signore della giustizia, Gesù Cristo, a gloriare sotto l’insegna della nostra REGINA BENEDETTA VIRGO MARIA (Vita Nuova, XXVIII, 1), se questa insegna di Maria sventolasse, per ipotesi, nel Cielo acqueo, cristallino, o Cielo primo mobile, bisognerebbe concludere, di necessità, che il luogo simbolico in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia il Cielo cristallino. In altre parole, se Beatrice fosse andata a gloriare sotto Maria, e il Cielo cristallino fosse di Maria, potremmo concludere che Beatrice stessa è andata a gloriare nel Cielo cristallino. In questo caso saremmo già di fronte ad una eclatante novità. Il problema fondamentale è perciò il seguente. Il Cielo cristallino può risultare veramente, anche per Dante, il cielo della Beata Vergine? Ci sono elementi sufficienti?
È intanto di tutta evidenza, che se esiste un luogo specifico dove si gloria sotto l’insegna della Madonna, e per Dante non vi possono essere dubbi (Vita Nuova, XXVIII, 1), ne potrà esistere un altro, con relativa insegna, in cui la SANTISSIMA TRINITA’ ha eletto la sua dimora simbolica e destinato alla perfetta adorazione di Essa stessa: e questo luogo, ovviamente, non potrà essere che l’Empireo, o decimo ed ultimo cielo. Del resto in tutti i cieli, a cominciare dal primo della Luna, si gloria Dio con particolari specificità ontologico-spirituali, per cui non desterà sorpresa che a Beatrice il Poeta possa aver riservato simbolicamente il nono Cielo cristallino e che esso sia dedicato alla Beata Vergine. Le premesse esistono.
Quando allora Dante ricorda che “questo numero (NOVE) fue amico di lei (di Beatrice) per dare ad intendere che ne la sua generazione (concepimento di Beatrice) tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme” (Vita Nuova, XXIX, 2), potrebbe avere ricordato lo stesso numero NOVE anche per lasciare ipotizzare che Beatrice è andata a gloriare nel nono cielo Cristallino. Ma se essa è andata a gloriare nel nono Cielo cristallino e al tempo stesso è andata a gloriare dalla Beata Vergine, il Cristallino sarà necessariamente anche il cielo della Madonna. Un primo punto a nostro vantaggio sembra essere stato raggiunto.
Commenta opportunamente GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, storica molto competente di questo periodo medievale, in certo senso fornendo però elementi per arrivare a smentire che Dante possa aver indicato il Cristallino come dimora simbolica della Madonna ma, al tempo stesso, confermando anche l’importanza della discussione su questo tema durante tutto il XIII secolo.
“Come sappiamo, nel 1241 e, poi, ufficialmente nel 1244 il Vescovo di Parigi condannò, come quarto errore (Cfr. H. Denifle – E. Chatelain), la tesi che le anime glorificate e la Beata Vergine non sono nel cielo Empireo con gli angeli, ma nel sottostante cielo acqueo o cristallino” posto sopra l’ottavo cielo delle Stelle Fisse (GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Il ‘Lucidator dibitabilium astronomiae (astrologiae)’ di Pietro d’Abano, Programma e 1+1, Padova, 1988, p.200).
Il Cielo cristallino costituendo però per Dante, in base all’ipotesi da me avanzata e che verrà infine confermata, esclusivamente la dimora simbolica della Beata Vergine, utile cioè solo per quanto attiene all’identificazione del compito assegnato a Maria dalla Divina Provvidenza, e non affatto il suo reale luogo di beatitudine che, insieme a tutti i santi, alla Madonna stessa e a Dio (Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spiritossanto), si trova invece nell’Empireo, concederebbe che esso stesso possa essere di Maria senza incorrere nel quarto errore evidenziato dal Vescovo di Parigi. L’indicazione risultando qui, appunto, solo simbolica e non attinente alla immaginaria realtà.
L’ortodossia cattolica del resto non permette verso la Madonna il culto di perfetta adorazione come per la Santissima Trinità, ma solo quello di iperdulia: e non permettendo verso di Lei l’adorazione già pone le premesse che, per Dante, l’insegna della Madonna sventoli in un cielo diverso dall’Empireo ed inferiore ad esso stesso senza che tale disegno contrasti con l’ortodossia. Per le anime sante sappiamo inoltre che il culto dovrà essere di semplice dulia e quindi di livello ancora inferiore a quello dovuto alla Madonna: infatti per esse già sappiamo che la dimora è, simbolicamente, nei cieli sottostanti al Cielo cristallino e di Maria e, a più forte ragione, sottostanti all’Empireo.
In base ai miei accertamenti risulta intanto che nel Cielo cristallino si gloria anche sotto una particolarissima insegna, sotto una specifica angolatura liturgica non apertamente dichiarata dal Poeta e coinvolgente anche Maria: quella della Natività. Può essere tale insegna all’altezza di celebrare anche Maria, sia pure in quanto madre di Gesù, cioè in quanto genitrice di Dio? Chi genera può essere festeggiato insieme al generato? Risultando che il momento della Natività è quello in cui Maria si mostrò madre, bisogna ritenere che tale momento sia all’insegna anche della Madonna, almeno per Dante. Se così già avremmo imboccato la giusta strada per arrivare alla risoluzione del problema.
Per inciso mi sembra utile mettere in rilievo che il culto di iperdulia verso la Nostra Regina Benedetta Virgo Maria sarà in Dante mirabilmente rappresentato dalla Preghiera di san Bernando di Chiaravalle alla Beata Vergine dell’ultimo canto del Paradiso (Par., XXXIII, 1-39).
Ma qual è il motivo scientifico che permette di asserire che il Cristallino sia il cielo della Natività e perciò, a questo punto, il cielo della Madonna?
Il problema di riuscire ad attribuire al Cristallino la Natività appare, meditando, di non troppo difficile soluzione. Dante riferisce che nel Cielo cristallino sono presenti i nove cori angelici che sbernano “Osanna”, o “osannano”, “di coro in coro”, (Par. XXVIII, 94; XXVI,II, 118), intorno ad un punto fisso luminoso (il simbolo di Gesù Bambino appena nato?), cioè raggiante “lume / acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume (Cristo quale “Lumen ad revelationem Gentium”, o “Jesu Christe, lux vera” della festa della Candelora, dei ceri, cadente il 2 Febbraio e giorno in cui Beatrice, in base alle mio scoperte [Par., XXVIII, 16-18], apparve a Dante]) ”. Tale indicazione lascia intanto ragionevolmente concludere che questo osannare si riferisca proprio al
“GLORIA IN EXCELSIS DEO ET IN TERRA PAX HOMINIBUS”
della notte della NATIVITA’. Ma se così già avremo fatto un notevole passo in avanti a conferma della nostra tesi. Se così, avremmo identificato anche quale insegna sventoli nel cielo in cui Beatrice è andata a gloriare ( Vita Nuova, XXVIII, 1): il Presepe, la Capannuccia.
Si legge nella liturgia della santa notte di Natale, “… in splendoribus sanctorum ex utero ante Luciferum genui te”. Dunque viene ribadito anche dalla liturgia cristiana che la Madonna, per la Natività, risulti intanto in primo piano: “ex utero ante Luciferum genui te”
Esiste forse nella liturgia cristiana in generale, rispetto al “gloriare”, un momento maggiormente qualificante e poetico di quello di quando gli angeli cantarono, nella notte santa della Natività, “Gloria in excelsis deo …”? No. Di conseguenza quando Dante in questo cielo fa riferimento al gloriare dei nove cori angelici, la nostra mente non potrà che ricondursi alla notte del 25 Dicembre, e questo il Poeta lo sa bene e ne tiene conto strategicamente poiché integra tale data anche con altri elementi rafforzativi al fine che il commentatore non divaghi, non si perda.
Dante ricorda infatti nel Cristallino quanto segue.
La luce di Gesù bambino appena nato, penso (Par., XXVIII, 13-21).
Una eterna nevicata (Par., XXVII, 67-72; 100-102) ad indicare anche che qui siamo come nel primo giorno dell’Inverno, nel giorno del suo inizio ai tempi di Giulio Cesare e per l’antico Calendario giuliano poiché a quei tempi iniziava, appunto, il 25 dicembre. Ma perché siamo nel giorno del suo inizio? Quando Dante entra nel Cristallino afferma intanto che qui è come quando il Sole entra in Capricorno, toccandolo. Scrive Dante: “Sì come di vapor gelati fiocca / in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno / de la capra del ciel col sol si tocca …” (Par., XXVII, 67-69). Sapendo noi che quando il Sole entra in Capricorno è il primo giorno dell’inverno, è logico che in questo stesso giorno, simbolicamente e per le regole astrologiche, non possa che nevicare: e così infatti sta accadendo (Par., 67-72). Ma perché la neve essenzializzerebbe l’inverno e al tempo stesso confermerebbe che nel Cristallino e come nel suo primo giorno? Per Dante l’inverno è di umore “freddo e umido” (Convivio, IV, XIII, 12- 14) diversamente da come lo indica Tolomeo per il quale è soprattutto “freddo” (Tetrabiblos, I, X, 1). La neve essendo anch’essa fredda e umida è logico che viene ad essenzializzare tutta la stagione. Inoltre per le regole astrologiche il primo momento del darsi di un fatto è quello che tutto lo essenzializza, che lo caratterizza per tutta la sua durata, come nel caso della vita umana. Orbene essendo l’inverno per Dante freddo e umido, verrà dunque ad essere essenzializzato dalla neve la quale dovrà essere posta proprio al suo inizio, e così Dante la pone.
I nove cori angelici osannanti di cui ai vv. 94-126, c. XXVIII, del Paradiso, la cui presenza è la diretta conseguenza di quello che avvenne in “quel dì che fu detto AVE” (Par., XVI, 34).
Da rilevare inoltre che la primavera sempiterna presente in Paradiso e ricordata da Dante proprio qui nel Cristallino sempre a chiarimento di tutto il problema. Questa primavera sempiterna, dice Dante, “notturno Ariete non dispoglia” (Par., XXVIII, 117). Un tema su cui si è tanto discusso e in cui “notturno Ariete” non è affatto, come comunemente si legge, il Sole in Bilancia, né il Sole simbolicamente ed eternamente a Primavera e perciò in Ariete. Queste indicazioni possono essere state date solo da chi non padroneggia Tolomeo. In base a considerazioni astrologico-tolemaiche questo stesso “notturno Ariete” risulta essere il Sole in Capricorno per le seguenti ragioni.
Se il segno dell’Ariete, in cui viene collocata la Pasqua di Resurrezione, è il domicilio di Marte (Tetrabiblos, I, XVIII, 6), il Capricorno, in cui viene collocata la Pasqua della Natività, è invece l’esaltazione di Marte (Tetrabiblos, I, XX, 5). L’omogeneità Ariete-Capricorno, se la consideriamo per MARTE, appare evidente poiché DOMICILIO ed ESALTAZIONE sono OMOGENEI. Ariete può stare qui in Dante per Marte (diurno), iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, II, IX, 3), mentre Capricorno per Marte (notturno). L’Ariete-Marte diurno si dà all’equinozio di Primavera (Pasqua), mentre l’Ariete-Marte notturno, il nostro “notturno Ariete” di Par., XXVIII, 117, si dà invece al solstizio d’Inverno (Natività). Tenendo presente quello che abbiamo puntualizzato sugli umori FREDDO ed UMIDO inerenti l’inverno e soprattutto riguardo all’UMIDO, si capisce adesso meglio il motivo per cui Dante specifica che notturno Ariete “non dispoglia” (Par., XXVIII, 117). Perché l’inverno per lui, diversamente che per Tolomeo, è freddo e umido, mentre l’umidità contenuta simbolicamente in quella neve che lo essenzializza non “dispoglia” affatto in quanto l’umore umido , iuxta sententiam Ptholemaei è FECONDO E ATTIVO (Tetraboblos, I, V, 1) e, iuxta sententiam Dantis, è esso che dà inizio al movimento e alla vita, e dunque anche nell’essere umano (Convivio, IV, XXIII, 7-9).
Io penso che sia stata la forte propensione degli esegeti moderni a raccontare, a riferire, per il periodare in senso orizzontale, storico, enciclopedico, ad aver loro impedito di capire Dante fino in fondo. Tale indirizzo è però anche la manifestazione della debolezza intuitiva della mente moderna rispetto a quella presente nel medioevo di Dante.
Orbene, come avremo modo di controllare, il ricordato “Gloria in excelsis deo et in terra pax hominibus”, ovviamente con l’eliminazione del tradizionale “BONAE VOLUNTATIS” tanto caro all’Inquisizione medievale, ma anche romana e spagnola, sarà perfettamente aderente al messaggio che noi andiamo cercando e che, più avanti, porterà proprio dalla “gentile donna” (Convivio, II, II, 1). Tale ‘messaggio’ sarà aperto anche alla possibilità del divorzio coniugale. Infatti con l’eliminazione del “bonae voluntatis” dal “Gloria”, ‘eliminazione’ adesso ammessa anche dalla Chiesa, già viene abolita ogni discriminazione fra buoni e cattivi, rispetto agli effetti su tutta l’Umanità della venuta di Gesù Cristo Salvatore del Mondo. Di conseguenza anche fra chi divorzia e chi no, in nome di una più ampia libertà nell’intima speranza di fare così ampliare spontaneamente la coscienza e di far rafforzare nell’umanità stessa, conseguentemente, le prospettive di amore, e la capacità di amare.
Entrando subito un po’ più nel merito della scienza comparabile, o somigliante, al nono cielo Cristallino e di Maria, la Filosofia pitagorica e Morale filosofia, e simboleggiata dalla “gentile donna”, si deve evidenziare che essa indica un itinerario aperto ad affrontare le passioni dell’anima nella piena libertà, senza cioè alcun freno inibitore esterno a salvaguardia preventiva di eventuali errori, se non quello, ovviamente, che potrà mettere in atto soggettivamente la coscienza della persona, la sua intenzione soggettiva in quanto retta, magari approfittando, questo sì!, dei buoni consigli di un Buon demone (Virgilio), o della Chiesa, o del proprio Angelo custode. In quest’ultimo caso potremmo intanto cominciare a pensare, rispetto a Dante, che Beatrice simboleggi proprio l’Angelo custode di Dante, anche perché essa farà tutto quello che la liturgia, nel giorno di nascita di Beatrice, Venerdì 2 ottobre 1265, e in quello della sua prima apparizione a Dante, Venerdì 2 febbraio 1274, dice che facciano gli Angeli custodi (Pur., XXX, 121 – 135).
La qualificante spinta di Dante verso la libertà, che si fonda anche sulla necessità del tutto ortodossa che l’anima sperimenti le tentazioni, la potremo però scientificamente accertare solo dopo aver saputo risolvere, appunto, l’enigma astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiano costituito dal giorno in cui il Poeta stesso fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1).
Se mi sono anticipatamente soffermato a ricordare il senso che emerge dalla risoluzione dell’enigma posto dalla “gentile donna” ancor prima di averlo matematicamente risolto, è stato anche perché mi piace agganciare subito le mie ricerche alle seguenti motivazioni autobiografiche.
Parte Seconda
Ricordo che fu nel dicembre del 1970 che il gentile senatore GIULIO ANDREOTTI, unendosi a monsignor Giovanni Benelli, a Fusacchia e a Gedda, si schierò a favore del Referendum abrogativo della legge n. 898 del 1/12/1970 che introduceva in Italia il divorzio. Egli prevedeva che esso non sarebbe comunque stato possibile per i matrimoni concordatari. La sua previsione si basava su considerazioni logico-giuridiche di un certo spessore, anche se poi non si verificò.
I pensieri sul divorzio di noi ex-democristiani seguaci di EMMANUEL MOUNIER (cfr. L’avventura Cristiana e La paura del XX secolo) andavano invece in tutt’altra direzione. Erano affini a quelli di DANTE, mi immagino e dimostrerò utilizzando la liturgica del giorno in cui Dante vide, il 15 Agosto 1293 la, “GENTILE DONNA” (Convivio, II, II, 1; Vita Nuova, XXXV, 2), e incontrarono sulla loro strada anche il modo di sentire e di pensare, evangelicamente fondato e disposto a farsi valere, di monsignor ENRICO BARTOLETTI amico del professor GIORGIO LA PIRA Sindaco di Firenze, non senza conseguenze per quest’ultimo.
Tracciato il campo in cui considererò insieme il pensiero di Andreotti, del Bartoletti di La Pira e di Dante, sarà bene che chiarisca subito perché un tempo fui iscritto anch’io alla Democrazia Cristiana, come ho fatto rimarcare, avendo così per fratello, o amico, l’insigne Senatore alla cui apertura mentale, con la presente, intendo cortesemente rivolgermi. Mi dilungherò nell’inciso anche perché servirà ad apprezzare i positivi contorni entro cui tratterò del divorzio: quelli della libertà di scelta al fine di agevolare la crescita ontologico-spirituale. Se per il cristiano il divorzio può essere infatti considerato contro la morale e non solo, da un’altra angolazione, sempre cristiana, potrebbe invece risultare utile alla crescita spirituale, e qui avremmo dalla nostra, insieme a Dante, anche Emmanuel Mounier, il Bartoletti e La Pira, penso. In tale fertile modo si deduce che potesse valutare il divorzio anche Dante: e non solo attraverso la festa liturgica in cui gli apparve la la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1) ma anche, per esempio, quando riferisce del desiderio di Marzia di divorziare da Catone l’Uticense per seguire Ortensio (Pur., I, 76 – 87): e l’episodio simbolico avrà valore, sia sul piano storico-letterale che su quello anagogico-spirituale, cioè riguardante la via che l’anima può liberamente percorrere per spiritualizzarsi, per liberarsi, attraverso libere scelte, dalla schiavitù del peccato. Possibile che una lezione di libertà possa venirci dal medioevo di Dante ritenuto, per lo più, oscurantista? Io ritengo di sì.
L’episodio della mia iscrizione alla D.C. coincise cronologicamente con quello dell’inizio della mia amicizia col Bartoletti. Fui iscritto al partito dal 1954 al 1966. Il culmine dell’intensità del rapporto fu raggiunto ai tempi di quando (1957-1960) era DELEGATO NAZIONALE del MOVIMENTO GIOVANILE CELSO DE STEFANIS con, vicino a lui insieme a tutto l’esecutivo nazionale, CARLO FUSCAGNI a cui davo allora amichevolmente del tu e questo, perciò, anche l’ultima volta che lo vidi: e fu poco prima che vincesse LUCIANO BENADUSI, e quindi devo concludere, tanto, tanto, tanto, tempo fa. Per comodità di espressione potrei dire che in quegli anni il Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana possa essere diviso in due correnti di pensiero: una più vicina a E. Mounier e l’altra a Jacques Maritain.
Nel 1954 io avevo fondato nel Comune di CAMPI BISENZIO (FI) il MOVIMENTO GIOVANILE della Democrazia Cristiana con assidue letture, appunto, di E. MOUNIER. Ben poca cosa quando si pensi che GIULIO ANDREOTTI aveva invece fondato nel 1944 quello a livello nazionale non so se leggendo in lingua, di JACQUES MARITAIN, Umanesimo integrale. Andreotti aveva comunque preceduto, quale DELEGATO NAZIONALE del Movimento Giovanile D.C., il nostro Celso De Stefanis di ben più di dieci anni e perciò la distanza, anche in termini di mentalità, avrebbe potuto farsi sentire. Andreotti un neo-tomista filo integralista, e noi cattolici-esistenzialisti alla ricerca dell’integrità, della completezza, del vivere umano all’insegna di una maggiore libertà. Sarà stato vero, o era stato esclusivamente un fenomeno generazionale?
L’apertura al divorzio può apparire anche come un’inclinazione a non lasciarsi sfuggire le cose piacevoli della vita, e a cercare di evitare quelle rattristanti anche sul piano ontologico-spirituale, e quindi tale stessa apertura sarebbe anche al fine di riuscire a rendere l’esperienza del mondo, valutata dall’angolo in cui contingentemente ci troviamo, più ampia e completa. Resta da valutare quanto questa esperienza orizzontale, cioè per ampiezza, per quantità, possa essere lentamente integrata, o elevarsi, o, ugualmente, possa crocifiggersi, anche sulla spinta verso l’esperienza verticale, cioè per intensità, per qualità. Il passaggio di Dante, dai brevi innamoramenti per qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), a quello assoluto per la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), ossia per la scienza dell’amore, indica la possibilità di un percorso ascensionale di portata ontologico-spirituale.
Se dunque il Bartoletti, con il nulla osta di PAOLO VI, volle che non ci si opponesse alla legge che legalizzava il divorzio, lo volle perché pensava che, attraverso la quantità, l’ampiezza, che il divorzio metteva in atto, emergesse anche una più alta nobiltà d’animo, facendo migliorare la qualità ontologico-spirituale del rapporto stesso.
Io però non rinnovai più la tessera della D.C. diventando così un ex-democristiano, come ho già riferito, dall’anno dopo in cui il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira venne irrimediabilmente defenestrato (1965). Mi ero malinconicamente defilato dal gruppo. Conservo ancora l’originale del RICORSO d’urgenza di La Pira inviato a Roma il 16 Gennaio 1965 a difesa della deliberazione consiliare n. 5555/710/C del 5 ottobre 1964 contro gli APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) anche perché si sospettava che dietro corressero delle tangenti, o si alimentasse la corruzione. E fu questo ricorso, che allora fece tremare una buona fetta di Firenze e dei Comuni limitrofi che, per me, condusse La Pira ad una inappellabile defenestrazione. Non mi si crederà ma questa, per me, è una delle più importanti verità sulla vita vissuta del nostro illustre Sindaco. Dunque defenestrazione di La Pira per aver perseguito culturalmente mète che, sul finire del XV secolo, possiamo dire essere state care anche ad uno dei personaggi da La Pira stesso più amati, l’intransigente fra GIROLAMO SAVONAROLA. Verrebbe voglia di dire: “Defenestrazione di La Pira? Ma era scontata. Era stato lui ad andare a cercarsela toccando interessi nazionali ben più grandi di lui”. Ma forse potrebbe essersi trattato anche di una buccia di banana coperta dalla sinistra con un manifesto inneggiante a Cristo re di Firenze anche perché lui, ingenuamente, non la notasse, con ciò aprendogli la strada per rientrare nei futuri santi.
Il nostro Sindaco di Firenze non fu però solo savonarolianamente contro la corruzione, cosa, comunque, fino alle mie rivelazioni non sufficientemente messa a fuoco e documentata, ma fu anche a favore del mantenimento della Legge n. 898 che il 1° dicembre 1970 che introduceva in Italia il divorzio, poiché fu verso la fine di dicembre del 1970 che lui finalmente si decise ad andare a ritirare la firma a favore del Referendum abrogativo di detta legge stessa che aveva apposto pochi giorni prima. Si vadano a leggere i giornali dell’epoca, prego. Quanto, su tale ripensamento, abbia inciso il pensiero di monsignor Bartoletti, decisamente orientato a far mantenere la legge n. 898, resta da valutare, però la questione esiste e a me pare sia stata fino ad oggi sottopesata. Perché?
A testimonianza della forte amicizia fra il Bartoletti e la Pira che avrebbe poi inciso sul ripensamento di La Pira stesso portandolo a valutare positivamente la legge 898 sul divorzio, io posso ricordare la fotografia di La Pira e il Bartoletti insieme mentre, sorridenti, camminavano velocemente (“speranza”) sul viale del seminario attorniati da un gruppo di giovani seminaristi: ‘fotografia’, ed è questo il punto, che lo stesso Bartoletti tenne, sulla sua scrivania, a Montughi, per diversi anni quand’era Rettore del Seminario Minore. Ad indicare cosa? Tale fotografia io l’ho pubblicata sulla rivista “Sotto il velame” di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta da Renzo Guerci insieme al citato ricorso di La Pira datato 16/01/1965 (n. VI, Il leone verde edizioni, Torino, settembre 2005, pp. 156 - 161). Tuttavia anche quella volta che lo stesso Bartoletti mi disse, a Lucca: “te hai in comune con La Pira di arrivare sempre senza prima preavvertire”, aggiungendo poi che andava bene così, potrebbe ugualmente testimoniare di quanto i due si frequentassero e se la intendessero. Ovviamente c’era un limite, e io lo scoprii in un’altra occasione, quando il Bartoletti mi confessò, ovviamente esagerando, ma comunque così dicendo: “Fra la Pira è te, preferisco te”. Poi forse perché mi vide negli occhi scoppiare dalla contentezza, aggiunse: “Fra te e Dossetti preferisco invece Dossetti.” Notandomi sul volto che cercavo di nascondere un po’ di amarezza aggiunse: “Ma questo è quello che penso io personalmente e, non è detto, che valga in generale.” Dunque l’intesa fra La Pira e il Bartoletti appare dimostrata, se io ho detto il vero, anche se pur imperfetta.
Non sono però bene al corrente di cosa pensasse concretamente Don GIUSEPPE DOSSETTI circa le sorti da augurare alle legge n. 898 sul divorzio e poi a quella sull’aborto. Certo non avrebbe condiviso che la cristianità corresse ai divieti giustificandoli con luoghi comuni, con idee di retroguardia e imparaticcie, e inoltre basandosi solo sulla Teologia dogmatica e morale, come ai tempi di Dante ci si avvaleva dei “Decretali” del Vaticano per nascondere la sostanza del Vangelo (Par., IX, 133 – 135), poiché egli ambiva di vedere sorgere “nuove motivazioni e di idee creative” a maggior comprensione di tutta la materia che si basassero sul Vangelo. Ma allora le mie scoperte su Dante avrebbero potuto accontentare Dossetti mentre risultavano certamente in linea con la sensibilità del Bartoletti?
Se il divorzio, da un punto di vista ideale, era stato per Dante una necessità ontologico-vissuta, figuriamoci per noi. Ontologicamente e spiritualmente Dante “divorziò” infatti da Gemma Donati per sentirsi vicino a Beatrice, e poi da Beatrice stessa, dopo la sua morte, per buttarsi dietro alle gonnelle delle giovani fanciulle da lui identificate più chiaramente in qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), finché non arrivò infine ad innamorarsi per sempre di quella “donna gentile” di cui io in questo lavoro intendo riferire e che corrisponderà ad una scienza, a quella della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia simigliante al nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria atta a fare innamorare in generale e quindi a far muove tutto l’universo poiché, per Dante, è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par., XXXIII, 145): per cui è congruo che, per Dante, sia proprio il cielo Cristallino e di Maria ad imprimere il moto al cielo sottostante delle Stelle Fisse, e poi di Saturno, di Giove, di Marte del Sole eccetera. Ma se il cielo Cristallino presiede alla scienza dell’amore, sarà perfettamente congruo che in esso, attraverso la festa di quando apparve a Dante per la prima volta la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), sia lasciata aperta la possibilità anche di divorziare in piena libertà. Dunque psicologicamente la vita di Dante risulta tutt’altro che ingessata con Gemma Donati: ed è un episodio di portata ontologico-vissuta che investe la vita spirituale.
Orbene, dal momento che La Pira lo vogliono fare santo il citato suo RICORSO contro gli appalti e la sua presa di posizione in favore del mantenimento della legge sul divorzio, con fotografia insieme al Bartoletti, io ho sentito il bisogno psichico di mandarlo anche in giro. Perfino al Cardinale JOSÈ SARAIVA MARTINS che, non sapendone nulla, piacevolmente e sorprendentemente mi rispondeva con la sua devotissima del 24 novembre 2007. E tutto ciò l’ho fatto per mettere a fuoco anche il vero ed autentico motivo per cui il nostro Sindaco fu fatto deambulare fuori di Palazzo Vecchio con martirizzazione ontologico-psichica. Volere la “pace fra i popoli”, darsi daffare per “togliere la fame nel mondo” e insistere per “un’occupazione stabile per tutti i lavoratori disoccupati”, impegnandosi con lettere, viaggi, discorsi e consigli, alcune volte anche con risultati concreti positivi, è una cosa encomiabilissima ma rientrante, per Dante, nel quarto cielo del Sole, della luce della coscienza. Diverso il caso di chi si decidesse a por fine direttamente a degli appalti “criticabili” perché minano la dignità dell’attività imprenditoriale e la democrazia, e potesse farlo in prima persona perché ne ha il potere decisionale amministrativo. Questo intervento che La Pira fece, data la sua pericolosità rientrerebbe, per Dante, nel quinto cielo di Marte dove viene versato il sangue per amore della verità. Per un cristiano impegnato come La Pira, anche schierarsi “a favore della legge sul divorzio” con un intervento concreto e orientativo per la cristianità, forse potrebbe rientrare ugualmente che la “lotta agli appalti e alla corruzione” nel cielo di Marte, a condizione però che l’iniziativa non sia stata compresa subito e sufficientemente dai Fedeli e dalle Autorità ecclesiastiche, e perciò con la stessa facilità con cui comunemente si comprende la bontà della “pace nel mondo”, della “lotta alla fame” e del “diritto al lavoro”. Questi cinque temi dovrebbero però sempre risultare sussumibili sotto gli insegnamenti del Vangelo.
Con il Vangelo anche i “MALI DI ROMA”, cioè le omissioni tendenti ad ottenere dei vantaggi e gli arricchimenti criticabili, avrebbero dovuto trovare un limite invalicabile: ma si trattava per il Bartoletti di dare anche dei consigli concreti, di prendere delle decisioni. Con la morte di Papa ALBINO LUCIANI, che alla C.E.I. era stato il braccio destro del Bartoletti almeno per quello che allora a me direttamente risultava, ritengo che a sostegno dell’importanza dei Sacramenti sia ritornata la Teologia razionalista facendo cadere le parole de “l’Evangelio” al secondo posto, con ciò giustificando meglio, o facilitando, un impegno più o meno indiretto della Chiesa nell’attività legislativa.
Quale Delegato Giovanile della D.C. io avevo invitato a parlare nel 1955, nel mio COMUNE DI CAMPI BISENZIO, nel teatrino parrocchiale della Pieve di Santo Stefano, MONS. GIULIANO AGRESTI che stimavo, sul tema “IL SIGNIFICATO RELIGIOSO DELL’ATESISMO CONTEMPORANEO”. Era tutto un programma. Facemmo il pieno di compagni Comunisti, in un Comune dove loro avevano la maggioranza assoluta. Ero andato io, con la mia automobile 1100, Fiat 103, a prendere nel 1955 don Giuliano Agresti a Firenze in Via De’ Pucci che, in macchina al ritorno, notai però che mi stava parlando del Bartoletti con minore fascino di quanto avrebbe potuto manifestare lo stesso Bartoletti per lui, se ne avesse dovuto parlare. Dell’accaduto feci subito la spia. Dopo che l’Agresti fu nominarono Arcivescovo di Lucca al posto del Bartoletti, e perciò quasi vent’anni dopo, andando io a trovare a Roma lo stesso Bartoletti, egli mi domandò cosa pensassi di tale nomina. Rimasi piacevolmente sorpreso della stima, ma la mia risposta fu tiepida proprio per il diverso orientamento culturale esistente nei due e lui, mi sembra di ricordare, subito annuì dicendomi, “loro hanno voluto così!”, ma cambiando però immediatamente discorso. Non so se Lucca, dal 1973 in poi, si divise in due: una parte bartolettiana pro legge sul divorzio, e un’altra invece, legata all’Agresti, contro.
Forse queste sono cose riservate, che non avrebbero dovuto essere rivelate. Ma dopo che le due lettere di Don LORENZO MILANI inviate a MONS. BARTOLETTI, in data 10 settembre 1958 e 1° ottobre 1958, sono state pubblicate senza il consenso dell’amico Don ALESSANDRO CAMPANI, e senza preavvertire me per la citazione in una di esse di mio fratello DON SERAFINO CERI, nel volume di MASSIMO TOSCHI, Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa, (ed. Polistampa, Firenze, 1994, pp. 158 – 168), ho sentito di dovermi anch’io fare avanti dicendo la mia, autobiograficamente. Si è trattato comunque di cose dette e fatte dal Bartoletti, che ciascuno potrà prendere liberamente come vuole, o con le pinze: però lui non parlava mai a caso, o per divertimento, ma sempre pensando ad un fine, ad una utilità per il nostro domani, essendo, ne sono convinto, un PROFETA, simile a quelli tanto amati e stimati nelle Comunità seguaci della DIDACHÉ, cioè della Dottrina degli Apostoli (70 – 150 d.C.), assolutamente fedeli allo spirito del Vangelo.
In questo mio intervento ho teso ad opporre il pensiero di GIULIO ANDREOTTI sul divorzio al nostro di ex-democristiani di ispirazione esistenzialistico-cristiano-francese. Ma è stato solo per comodità e per alcune circostanze casuali e marginali, e non perché il gentile Senatore, da molto tempo più laico di tanti altri democristiani e pur sempre memore dell’esperienza di Alcide De Gasperi, ritenesse, ai tempi del CONCILIO VATICANO II, di opporsi allo spirito cristiano-rinnovatore del nostro E. MOUNIER. Del resto i recenti e saggi consigli dello stesso Andreotti al Governo Berlusconi, di non intervenire sul caso “ELUANA”, pur non rifacendosi a CATONE L’UTICENSE che per una questione di dignità esistenziale preferì il suicidio (Pur., I, 71-72), ben mostrano l’alta qualità della stoffa con cui il Senatore si riveste, improntata al laicismo pur non lasciandosi andare giù senza freni, come invece faccio io volentieri, non so se a dispetto, o a compensazione, per come sono andate le cose nei secoli passati.
Orbene, essendo Giulio Andreotti PRESIDENTE DELLA CASA DI DANTE IN ROMA ed essendosi direttamente interessato, quale uomo politico, del tema divorzio e quindi facendolo rientrare nel più vasto campo della dialettica libertà-reato, se Dante si fosse effettivamente occupato anche lui dell’eventualità dello scioglimento del vincolo matrimoniale, pur facendo rientrare nella dialettica libertà-peccato, lo stesso Giulio Andreotti si troverebbe nell’ottica di potere parlare del divorzio con competenza e legittimità per due ragioni. Perché è dovuto entrare nel merito della legge per motivi di lavoro; e perché dello stesso divorzio se ne sarebbe interessato Dante con il rapporto Catone-Marzia-Ortensio (Pur., I, 76 – 87) e, ancor più, con la scienza legata alla “donna gentile” (Convivio, II, II, 1). In altre parole, essendosi occupato del divorzio la persona, Dante, presa a simbolo di quell’ente culturale, la “CASA DI DANTE” in Roma, di cui il Senatore Andreotti è Presidente, lo stesso Presidente di tale benemerita associazione, la “CASA DI DANTE” in Roma, avrebbe piena legittimazione ad intervenire sull’argomento prendendo posizione, specialmente dopo che le mie dimostrazioni l’avranno convinto, se lo convinceranno.
Così mi scriveva il Presidente.
Roma, 11 luglio 1996
Caro dott. Ceri,
ricevo l’estratto della pubblicazione trimestrale del Centro Italiano di Astrologia con il testo da Lei redatto su “Dante, Cartesio e io astrologo” e La ringrazio. Il programma delle letture del prossimo anno accademico è già stato chiuso. Vedremo con il prof. Vallone per l’altro. Con viva cordialità e rallegramenti per il Suo interessante lavoro.
F.to Giulio Andreotti.
Non bisogna pensare che, perché Dante si immagina condannati all’Inferno Paolo e Francesca da Rimini per l’episodio amoroso, cruento e peccaminoso di cui furono protagonisti (Inf., V, 73-142), lo stesso Poeta fosse contrario al divorzio. Non potrebbe esserlo: anche perché gli farebbe subito da contraltare quello di Cunizza da Romano, propedeutico all’infedeltà coniugale, ma in cui la stessa Cunizza viene messa dal Poeta nel cielo di Venere, in Paradiso (Par., IX, 13 – 36). Dunque le cose in Dante si intuisce che si presentino in maniera assai più complessa di come ordinariamente può sembrare. E così risulterà.
In base alle mie ricerche la messa a punto del vivere più profondo di Dante, e perciò inerente sopratutto il ruolo che in lui stesso hanno avuto gli innamoramenti e la vita religiosa, per poter venire raggiunta avrebbe bisogno che gli esegeti arrivassero a padroneggiare a monte le scienze medievali di più alto rango, poiché è in quelle che viene più profondamente affrontato il problema dell’amore, e poi perché è stato proprio utilizzando queste stesse scienze più alte che lui è riuscito, prima a strutturare scientificamente questo suo sentire, e poi a sapientemente nasconderlo. Ma si tratta di un padroneggiamento di cui gli esegeti non hanno quasi mai supposta la necessità, e dunque si potrà immaginare quali possano essere state le conseguenze negative sotto il profilo di FILOLOGIA DANTESCA, o della ERMENEUTICA DANTESCA, ovviamente se io avessi ragione. Di questa affermazione me ne assumo la piena responsabilità e sono perciò in attesa che qualcuno, dopo avermi letto, si impegni a darmi torto: gliene sarei grato in anticipo, anzi chiedendogli di affrettarsi a farlo.
Parte terza
Dante, attraverso il ricorso alla nona scienza medievale, cioè alla “Filosofia pitagorica e Morale Filosofia” (Convivio, II, II, 1), arrivando a giustificare una più ampia libertà di comportamento, non esclude di potere andare incontro ad divorzio e all’approvazione dell’aborto, prima di venire incoronato re della propria anima (Pur., XXVII, 139-142).
Ed è a questo percorso dantesco che volevo giungere per affrontarlo, questa volta, sotto il profilo rigorosamente scientifico-medievale. Tale percorso metterà in risalto il rapporto DANTE-TENTAZIONE-LIBERTA’-PECCATO e, da qui, sarà agevole anche mettere meglio a fuoco gli attuali problemi ontologico-culturali del DIVORZIO CONIUGALE e, volendo, dell’ABORTO. Sarà il passaggio dalla tentazione al peccato ad esigere la libertà. In Dante il valore assoluto non sembra essere, come per i cattolici contemporanei, la vita, ma la libertà e l’amore. Infatti per salvare la libertà e far trionfare l’amore lui sembra disposto, al limite, a spendere a far spendere la vita.
L’avvallo di mons. Bartoletti alla discussione su questo tema e il suo personale orientamento nella direzione già da me indicata, si potrà riscontrare anche nel suo impegno personale a mandare in scena, alla IX FESTA DEL TEATRO A SAN MINIATO (Istituto del Dramma Popolare), la prima assoluta in Italia dell’opera di GRAHAM GREENE, Il potere e la gloria, con regia di LUIGI SQUARZINA. Andammo insieme a vederla il sabato 20 Agosto del 1955. La tentazione, il peccato e la libertà di scegliere, in quest’opera non mancano, mentre è presente anche un certo eroismo: quasi un po’ come in Dante, se pensiamo che il suo solitario esilio possa esserselo ‘meritato’ (Convivio, I, III, 4 – 11) per fedeltà a se stesso e alla verità, similmente che in Graham Greene.
Per arrivare a risolvere scientificamente il problema enunciato, non potremo fare a meno di premettere subito che, nel medioevo di Dante, LE SCIENZE ERANO DIECI (Convivio, II, XIII, 1 – 2) gerarchicamente costituite, e quindi quanti erano i cieli per il Poeta stesso e per la cristianità del suo tempo, oltre che per gli astrologi ebraici in aderenza ai Dieci comandamenti. Dante riconosce poi che ciascuna scienza assomiglia, o è comparabile, ad uno cielo specifico anch’esso gerarchicamente costituito. Le scienze venivano quindi apprezzate in base al senso del cielo che finiva per giustificarne, intelligibilmente, o teologicamente, il grado. Conseguentemente, se in Dante si vorrà sapere di una determinata scienza, e per le più alte non solo per senso ma anche nel merito, si dovrà indagare sul cielo che la comprende, che le “simiglia”, fra i dieci cieli che il Poeta descrive nella Commedia. Comunque minore importanza ontologico-spirituale alle scienze dei cieli più bassi, maggiore importanza a quelle dei cieli più alti.
Scrive infatti Dante nel Convivio ( II, XIII, 2 – 8):
“Dico che per cielo io intendo la scienza e per cieli le scienze. … Sì come dunque di sopra narrato, li sette cieli primi a noi sono quelli de li pianeti (Luna per la Gramatica; Mercurio per la Dialettica; Venere per la Rettorica; Sole per l’Arismetrica; Marte per la Musica; Giove per la Geometria; Saturno per l’Astrologia); poi sono due cieli sopra questi, (anch’essi) mobili (l’ottavo cielo delle Stelle Fisse per la Fisica e Metafisica; e il nono cielo Cristallino per la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia che è poi anche il cielo su cui intendo io qui cimentarmi poiché sono proprio queste due scienze, analoghe fra loro e al tempo stesso fra loro stesse gerarchizzate, che vengono simboleggiate dalla nostra “donna gentile”di Convivio, II, II, 1. Per esempio la scienza della Filosofia pitagorica sembra in Dante venire emblematicamente incarnata dall’impegno di ricerca del suo maestro VIRGILIO, mentre la Morale Filosofia dall’impegno dell’altro suo maestro che, gerarchicamente, è più elevato, SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE) e uno sopra tutti, quieto (il decimo più grande ed ultimo cielo, l’ Empireo, per la sacra Teologia, o Divina Scienza, che per diverse ragioni corrisponde alla sacra Teologia liturgica)”.
Fatta questa premessa, per sciogliere l’enigma posto dalla “gentile donna” dobbiamo cimentarci nel risolvere il ricordato problema del Convivio ( II, II, 1). Scrive dunque Dante quanto segue.
“Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio (moto del pianeta sull’epiciclo, o rivoluzione sinodica: cfr. Paradiso, VIII, 1-3; VIII, 12) che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi (Può intendersi anche che il periodo esatto in cui si alternano le fasi di Venere in rapporto col Sole, per esempio 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, su di nuovo 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, difficilmente potrà avvenire allo scoccare di 584 giorni esatti, cioè quanto è la media del verificarsi di tale fenomeno. Per non aver preso in seria considerazione questo fenomeno i Dantisti hanno commesso il clamoroso errore al riguardo dell’identificazione del senso da attribuire alla “gentile donna”) appresso lo trapassamento (avvenuto nella prima ora notturna liturgica del venerdì 9 giugno 1290) di quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita Nuova (XXXV, 1-2), parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente”.
Scrive ancora Dante a chiarimento dell’importantissimo, determinante, ruolo della “gentile donna”:
“… la donna di cu’io innamorai appresso lo primo amore (Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperadore de lo universo (Gesù Cristo, e perciò corrispondente, appunto, alla “gentile donna giovane e bella molto” della Vita Nuova, XXXV, 2), a la quale (il pagano) Pittagora pose nome Filosofia (Convivio, II, XV, 12), ma che nel medioevo cristiano si era affinata e rinnovata prendendo il nome di Morale Filosofia. Si capirà adesso meglio il motivo per cui Dante ritiene “Maledetti” quanti, per presunzione, non vedono nella spiritualità del mondo classico la via propedeutica alla piena comprensione del messaggio evangelico e al permanere nel tempo della sua ortodossia (Convivio, IV, V, 9).
Anche in base alle ricordate e semplici parole del Poeta la funzione della “gentile donna” già si presenta subito di estrema importanza per Filologia e critica dantesca. Per questo sarebbe stato logico e naturale che l’appassionato ricercatore, venuto a conoscenza di tale ricordato episodio scientifico, subito si ripromettesse intimamente di analizzarlo a fondo quando avesse avuto del tempo a disposizione. Fenomeno di “ripromessa intima di analisi” che pare non ci sia però mai stato, giustificando il mio sopravvenuto scetticismo circa l’esistenza, in giro, di certe passioni.
Dunque dobbiamo allora intanto farci la seguente domanda.
QUANDO, da un punto di vista cronologico, quella gentile donna di cui Dante fece menzione nella fine della Vita Nuova (XXXV, 1-2) apparve primamente al Poeta accompagnata d’Amore?
Se si tratta del simbolo di una scienza, e non ci possono essere dubbi (Convivio, II, XIII, 2; II, XV, 12; II, II, 1; II, XIV,14)!, saremmo allora in presenza di una “scienza universale dell’anima in generale”, come avrebbe potuto chiamarla EDMUND HUSSERL in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, (§ 69 e 71), mentre nella traiettoria di ricerca medievale si trattava, più concretamente, di una scienza abilitante a fare innamorare più profondamente la nostra anima della verità: e saremmo di fronte ad una forma di Mistagogia, prima pagano-classica, e poi, a più alto livello, cristiana. Si tratta forse di una scienza di cui, col tempo, il cristianesimo ha perso le tracce, da esso stesso persa lentamente di vista? Io credo che l’impegno di mons. Bartoletti fosse nella direzione di tentare di recuperarla. Per arrivare a farlo concretamente, data la situazione mentale ancora esistente e quale, lui, Profeta, credo che fosse giusto e opportuno che durante il CONCILIO VATICANO II, lui non prendesse mai la parola (cfr. VALERIO LESSI, Enrico Bartoletti Vescovo del Concilio, ed. Paoline, Milano, 2009), contrariamente a quello che invece, ancor oggi, velatamente gli si rimprovera, quasi, forse, meravigliandosene. Effettivamente, avendomi scritto, da Lucca, in data 22 settembre 1963 che, probabilmente, si sarebbe, lì, fatto sentire, se non avessi conosciuto la forza e profondità delle sue capacità intuitive, il suo potere di inquadramento culturale delle situazioni, anch’io mi sarei dovuto meravigliare.
Ritornando al nostro problema di fondo, cioè di “QUANDO” la “gentile donna” poté essere vista per la prima volta dal Poeta, siccome lui stesso ci ha fatto sapere il giorno esatto e l’ora di “quando” Beatrice morì (Vita Nuova, XXIX, 1), cioè di quando dobbiamo iniziare a computare il tempo, appare dunque subito possibile arrivare a sapere anche “quando”, cioè in quale giorno esatto ed ora, egli vide questa “gentile donna”, poiché egli stesso ha l’accortezza di indicarci l’OROLOGIO su cui noi dobbiamo misurare il tempo trascorso. Si tratta dell’orologio formato dal moto di VENERE, e non di quello formato dal moto del SOLE. Ma con la stessa precisione con cui noi comunemente sappiamo che si muove il Sole, e per cui da un grado angolare dal Sole stesso occupato sullo Zodiaco dei segni, con minuti e secondi, noi possiamo risalire sempre al giorno e all’ora in cui il fenomeno si dette, ebbene sua propria natura e modo anche Venere ci darà la possibilità, in base al proprio moto, di risalire al giorno e all’ora in cui il fenomeno in questione si dette. Per Venere sarà da considerare il moto in funzione del rilevamento dell’elongazione, cioè della distanza variabile che il pianeta intrattiene in continuazione col Sole. E siamo qui di fronte ad un dato matematico, e spiacevole dirlo, che nei secoli non è mai stato preso in seria considerazione dagli esegeti, forse per un ‘consaputo’ negativo inibente l’indirizzo di ricerca astrologica da loro inavvertitamente appreso nella fase giovanile della loro formazione a causa di una certa cultura. Tale ‘consaputo’, in base alle mie ricerche, risalirebbe al formarsi della mentalità antiscientifica, antinaturalista e antiastrologica del primo Umanesimo degnamente rappresentata da FRANCESCO PETRARCA (Cfr. Epistole: con GIOVANNI DONDI DALL’OROLOGIO) e che è poi il primo momento della “modernità”. Per quanto attiene alla mentalità antiastrologica del primo Umanesimo questa è rimasta nei secoli per una supposta, se pur non dimostrata, convenienza religiosa che la Chiesa post-medievale ha ritenuto di vedere nell’opporsi all’Astrologia.
I letterati dantisti, anche moderni (Cfr., p.e., GIOVANNI BUTI e RENZO BERTAGNI, Commento astronomico alla DIVINA COMMEDIA, Sandron, Firenze, 1966, pp. 221-222; GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Dante e l’astronomia del suo tempo, nella rivista LETTERATURA ITALIANA ANTICA diretta da Antonio Lanza, Moxedano editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 291-309), sono convinti che la scienza mai possa servire, con la sua esattezza e il suo specifico senso di oggettività, a tenere in piedi un mondo poetico, a comporre un’autentica poesia e tale atteggiamento si è rafforzato col Romanticismo ottocentesco. Tale atteggiamento sembra essere per loro tanto più vero in Dante, poiché gli avrebbe inibito la piena espressione della sua fertilissima fantasia, “il suo libero volo d’artista”. Ma le cose non stanno affatto così e, da qui, la mia rivoluzione copernicana, su base dimostrativa ed empirica, all’indirizzo del senso attribuito al medioevo nell’età moderna. I letterati dantisti, per pensarla come la pensano, forse non hanno ancora empiricamente ben controllato in cosa consistesse la sintesi teologica del sapere operata dalla mentalità medievale, cioè, in pratica, il Medioevo. Giudichi comunque il lettore dopo avermi letto.
Orbene, siccome Venere compie teoricamente una Rivoluzione sinodica, che è poi quel moto in cui si rileva l’elongazione, in media ogni 584 giorni, gli esegeti hanno erroneamente pensato che compirà le due rivoluzioni sinodiche indicate dal Poeta in 1168 giorni: 584 + 584 = 1168. Questo numero di giorni noi lo troviamo infatti ripetuto, purtroppo, in tutti i commenti al Convivio (II, II, 1), forse proprio per la poca dimestichezza con l’Astrologia. È ipotizzabile dunque che i commentatori, nel loro commentare, non abbiano rimeditato originalmente la soluzione del problema che esponevano, tanto l’astronomia-astrologia-liturgia pareva loro distante dall’opera letteraria e, per tale ragione, forse si sono limitati a semplicemente ricopiare la sostanza della soluzione del problema da altri precedenti commentatori assai poco esperti. Risulta comunque a me che, in generale, essi hanno proceduto nella seguante maniera: aggiungendo questi 1168 giorni all’ 8- 9 giugno 1290 e così sono arrivati, erroneamente, al 21 agosto 1293 ( fosse stato il 20 agosto, festa di san Bernardo di Chiaravalle, avremmo dovuto meditare più a lungo per afferrare l’errore). Trattandosi del 21 agosto (o dei giorni successivi), di un giorno cioè che, liturgicamente e per altri motivi, ha ben poco significato, il possibile errore di calcolo, avendo presente il modo di procedere di Dante, è apparso, almeno a me, subito da dover essere messo in conto.
Orbene, per arrivare a risolvere questo qualificantissimo enigma bisognerà invece procedere in tutt’altra maniera. Prima si dovrà controllare quale oggettiva elongazione (distanza angolare di un pianeta dal Sole) aveva Venere al momento della morte di Beatrice. Successivamente bisognerà andare a verificare quando, cioè in quale giorno, tale elongazione si ripeté esattamente per la seconda volta: e quello sarà il giorno e l’ora dell’apparizione della “gentile donna” (Convivio, II, II, 1).
Essendo il trapassamento di Beatrice avvenuto dopo il tramonto del Sole e nella prima ora notturna, in base al nostro Tempo civile esso si dette alle
19h.50’ circa del giorno giovedì 8 giugno 1290.
Potrà essere scientificamente controllato che l’elongazione di Venere era, in quel momento, pari a
14°.13’ occidentali al Sole,
ed è questo il dato fondamentale.
L’ampiezza dell’ora liturgica, o ineguale, o planetaria, o temporale, in quel giorno 8 giugno 1290 era di 0h.44’, e perciò la prima ora notturna indicata dal Poeta andava, dalle 19h.37’ alle 20h.21’ dello stesso giovedì 8 giugno 1290, essendo il Sole tramontato a Firenze alle 19h.37’ circa: 19h.37’ + 0h.44’ = 20h.21’. Le ricordate 19h.50’ da me stimate si collocano infatti legittimamente proprio in questo campo di 0h.44’.
Il trapassamento, da un punto di vista liturgico, cioè per come perentoriamente Dante vuole che sia considerato, dobbiamo IMMAGINARE che sia avvenuto nella prima ora notturna del venerdì 9 giugno 1290 che andava, liturgicamente, appunto, dalle 0h.00’ alle 0h.44’. Nei due computi l’istante è comunque sempre il medesimo, e perciò l’elongazione di Venere sempre la stessa, di 14°.13’ occidentali. Siamo qui di fronte a due differenti ‘linguaggi’.
Il linguaggio liturgico è in analogia alla Bibbia che dice che quando Dio mosse il cielo, “prima fu sera e poi fu mattina” (Genesi, I, 5). E questa è la ragione per cui il tempo religioso inizia a decorrere dal tramonto del Sole, ed anche “secondo l’usanza d’Arabia” (Vita Nuova, XXIX, 1), e non quindi dal medioevale sorgere del Sole. Si tratta di un fenomeno di bidatazione a cui Dante ricorrerà in diverse occasioni e, in modo eclatante, per datare la Commedia fin dalla notte della selva selvaggia ed aspra e forte del peccato che lui passò con tanta pièta poiché, pur corrispondendo questo momento, civilmente, al venerdì 24 marzo 1301 del nostro computo storico, liturgicamente già corrispondeva alla festa dell’Annunciazione a Maria del sabato 25 marzo 1301, inizio dell’anno a Firenze. Deve essere ricordato anche che, in base all’Antico Calendario Fiorentino non ricordato nemmeno dai MANUALI ma adottato da Dante (cfr. chiusura della Quaestio de aqua et de terra,) e anche da IACOPO DELLA LANA (1290 -1365) nel suo commento in volgare alla Divina Commedia, questo sabato 25 marzo 1301 corrispondeva anche al fiorentino sabato 25 marzo 1300, anno che a Firenze apriva il XIV secolo.
Fatti i calcoli per il momento cronologico della morte di Beatrice, che per comodità di calcolo abbiamo detto corrispondere alle 19h.50’ circa del giovedì 8 giugno 1290 del nostro tempo civile legale in cui VENERE aveva 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, continuando nei calcoli richiesti da Dante possiamo a ragion veduta affermare che Venere arrivò nuovamente ad avere per la seconda volta, come richiesto da Dante, 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, subito dopo calato il Sole sul
Sabato 15 Agosto 1293.
E fu questo il momento in cui Dante vide la “gentile donna giovane e bella molto” simboleggiante la Filosofia pitagorica e la Morale Filosofia comparabili al nono Cielo cristallino e di Maria (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Ma il 15 Agosto, non per caso sarà anche proprio l’importante e qualificantissima festa medievale di
SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO,
che è poi anche quel simbolo liturgico della Beata Vergine, seguendo le mie scoperte, a cui il Poeta fa rivolgere la famosa Orazione a san Bernardo (Par., XXXIII, 1 – 39).
Calato il Sole sul sabato 15 agosto 1293 siamo però, anche in questo caso dall’ “apparizione della gentile donna”, analogamente al caso della “morte di Beatrice”, liturgicamente già per la festa del giorno dopo, di san Giacinto. Io ritengo comunque che le due feste, di santa Maria Assunta e di san Giacinto, vadano però per senso considerate insieme.
Riferisco adesso, riepilogando e ad ulteriore chiarimento, degli accertamenti matematici a cui ho dovuto procedere in pratica per arrivare a fare queste mie asserzioni. Mi si perdoneranno le ripetizioni anche pensando che si tratta di una questione secolare mai risolta prima.
A) MORTE DI BEATRICE.
Beatrice morì a Firenze il giorno giovedì 8 giugno 1290 alle 19h.50’ circa (Vita Nuova, XXIX, 1). Siccome il Sole era tramontato alle 19h.37’, “questa angiola” morì dopo il tramonto del Sole e perciò, liturgicamente, il venerdì 9 giugno 1290. In quel momento Venere, che Dante prenderà come punto di riferimento per strutturare il suo enigma (Convivio, II, II, 1), si trovava a 10°.21’ nel segno dei Gemelli, col Sole a 24°.34’ nel segno dei Gemelli e il Discendente (orizzonte occidentale) a 27°.27’ sempre nel segno dei Gemelli. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza occidentale di Venere dal Sole) pari a
14°.13’, poiché 24°.34’ – 10°.21’ = 14°.13’. Essendo il Sole a 24°.34’ in Gemelli e l’orizzonte occidentale (Discendente) a 27°.27’, il Sole era già sotto l’orizzonte di circa tre gradi. Dopo varie considerazioni ho ritenuto di apprezzare il fenomeno per questo esatto momento. Sono comunque questi 14°.13’ di elongazione occidentale di Venere che Dante vuole che l’esegeta riesca a mettere a fuoco.
B) APPARIZIONE DELLA “GENTILE DONNA GIOVANE E BELLA MOLTO” (VITA NUOVA, XXXV, 2; CONVIVIO, II, II, 1).
Provando e riprovando alla fine si potrà constatare oggettivamente, cioè scientificamente, che Venere ritornò ad avere, come pretende perentoriamente Dante, la medesima elongazione occidentale di quando Beatrice morì, e cioè i ricordati 14°.13’ occidentali, il giorno sabato 15 agosto 1293 alle 19h.00’ circa. In questo momento Venere si trovava a 15°.42’ nel segno del Leone, col Sole a 29°.55’ nel segno del Leone e con il Discendente (orizzonte occidentale) a 05°.32’ nel segno della Vergine. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza di Venere dal Sole) di nuovo pari a
14°.13’ occidentali circa,
come Dante esige nel Convivio (II, II, 1) che l’esegeta sia in grado di ritrovare. Il corretto procedimento è infatti: 29°.55’ del Sole in Leone – (meno) 15°.42’ di Venere in Leone = 14°.13’ occidentali di Venere rispetto al Sole.
Siccome la “gentile donna” per venire identificata da questi 14°.13’ occidentali deve essere necessariamente apparsa alle 19h.00’ circa del 15 agosto 1293, e siccome il Sole era tramontato alle 18h.47’, ebbene, come ho già precedentemente ricordato commentando il fenomeno, possiamo scientificamente adesso affermare che anche la “gentile donna” stessa apparve a Dante, liturgicamente, appunto la DOMENICA 16 AGOSTO 1293, FESTA DI SAN GIACINTO poiché apparsa dopo il tramonto del Sole sul 15 agosto 1293.
Nel giorno della morte di Beatrice (Tempo civile dell’ 8/6/1290 alle 19h.50’ col Sole già tramontato) e in quello dell’apparizione della gentile donna (Tempo civile del 15/08/1293 alle 19h.00’ col Sole già tramontato) Venere era in fase montante e nobile, umida e calda, feconda e attiva iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1), e anche assai prossima alla sua Congiunzione superiore col Sole. Per tale ragione camminava, in elongazione occidentale in diminuzione, molto rapidamente e quindi percorrendo circa 16’ al giorno in diminuzione. È questa alta velocità del pianeta che permette di essere certi nell’indicare l’ora di questi due giorni, se non fossero sufficienti altri elementi, e Dante lo sa bene.
Per la festa di SAN GIACINTO DEL 16 AGOSTO 1293, a chiarimento di quello che sta accadendo ontologicamente al Poeta, nonché a conforto della nostra tesi sul bisogno della libertà di fronte alla tentazione così recita, lo ripeto, la liturgia.
“Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
Recita Virgilio, analogamente alla liturgia di san Giacinto, mentre si rivolge a Dante che sta per incoronare in cima alla montagna del Purgatorio, dopo che lo stesso Poeta ha attraversato, appunto, tutte le tentazioni dell’Inferno e le prove del Purgatorio:
“Non aspettar mio dir più né mio cenno: / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio” (Pur., XXVII, 139-145). Sarà per caso?
Per notizia e controllo riferisco qui di seguito quello che costantemente riportano gli esegeti riguardo alle commentate due rivoluzioni di Venere di cui al Convivio, II, II, 1, “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era …”.
Si legge per esempio.
A) “Il pianeta sembra oscillare , a oriente, o ad occidente del Sole, impiegando a rivenire allo stesso punto in media 584 giorni … e le “”due fiate””, o giri, importano dunque il doppio tempo, cioè 584 x 2 = 1168 giorni”. (DANTE ALIGHIERI, Il Convivio, commentato da G. BUSNELLI E G. VANDELLI, volume I, Firenze, Le Monnier, 1953, p. 103), per cui gli esegeti a
Scritto da: Giovangualberto Ceri | 24 gennaio 2010 a 23:50