Secondo un criterio rigoroso di attinenza, in un blog dedicato a come i media trattano di Rimini e della Riviera, non si dovrebbe parlare della morte di don Oreste Benzi. In realtà non è così, per due motivi. Il primo è che la morte del saerdote ha attirato ancora una volta l'attenzione dei media su Rimini, comunicando all'Italia e al mondo che tra le tante ricchezze di questa terra ci sono personalità del calibro di don Oreste. E non è cosa da poco. Forse non centra niente con il turismo ma sicuramente c'entra con l'identità di Rimini. Già mi immagino cosa succederà lunedì per i funerali, che sono stati spostati al Palacongressi. Personalmente sono testimone di un piccolo segno: sono stato cercato da una radio di Toronto per un'intervista su don Benzi: e prima di ieri non avevano mai sentito parlare di lui.
La seconda è che il titolare di questo blog di don Benzi è stato amico e con lui ha realizzato tre libri, il più famoso dei quali è Con questa tonaca lisa. Per tutti, specialmente per i colleghi giornalisti, don Benzi era il sacerdote dalla tonaca lisa. Quello era il titolo del libro che facemmo insieme e che ebbe addirittura quattro edizioni, due da Guaraldi e due dalla San Paolo.
In ragione di questi trascorsi Il Resto del Carlino mi ha chiesto un articolo roprio sulla "tonaca lisa": Eccolo:
Il libro Con questa tonaca lisa è
nato in auto e di notte. Cioè quando era possibile strappare qualche
ora di conversazione a don Oreste, sempre impegnato a rispondere alle
domande dei poveri e a guidare la comunità di quanti hanno deciso di
seguirlo nella sua avventura umana e cristiana. Ricordo che nell’estate
del 1992, durante quei viaggi in giro per l’Italia, a volte era preso
da improvvisi colpi di sonno. Mi chiedeva di poter dormire cinque
minuti, ed erano davvero solo cinque. Si risvegliava e riprendeva
fresco come se avesse riposato dieci ore. Ancora mi chiedo come facesse.
Il libro glielo proposi io. Nella mia attività di cronista mi occupavo
di Chiesa e di problemi sociali. Incrociare don Oreste era quindi pane
quotidiano ed ogni volta sarebbero state necessarie lenzuolate di
giornale per contenere tutta la straripante voglia di dire la sua sulle
questioni del momento. Perché non raccogliere tutto, o quasi, in un
libro-intervista? Così è stato. Per la prima volta don Benzi si
raccontava, partendo dalla povera infanzia e dall’esemplare figura dei
genitori fino alla nascita della Comunità Papa Giovanni XXIII e alla
condivisione della vita dei poveri e dei diseredati. Erano quelli gli
anni in cui don Oreste cominciava ad essere anche un volto noto della
televisione. Le sue posizioni controcorrente sui tossicodipendenti, sui
nomadi, sulle prostitute lo facevano ospite fisso dei vari talk show.
Il libro-intervista arrivava al momento giusto per aiutare a capire
quali fossero le radici umane e culturali del battagliero sacerdote
riminese. Nel suo piccolo, fu un grande successo: quattro edizioni, due
da Guaraldi e due con la San Paolo. Il titolo emerse spontaneo quando
in una delle nostre conversazioni notturne mi raccontò del suo
desiderio di andare a parlare di Cristo ai giovani nelle discoteche. “I
giovani – disse – hanno bisogno di vedermi con questa tonaca lisa e con
il colletto da prete. Io devo ricordare il mistero e da me i giovani si
aspettano ed hanno il diritto di ricevere solo questo, non che io vada
a ballare con loro”. Da allora diventò per tutti il prete che aveva
liso la tonaca per condividere la vita di chi più ha bisogno.
Quel libro fu una novità anche per un altro aspetto. Don Oreste
esprimeva per la prima volta il suo pensiero compiuto sulla Chiesa che
vedeva “assediata e disarmata”. Era un grido di dolore dettato
dall’amore. Il sacerdote condivideva l’analisi del cardinale Joseph
Ratzinger secondo cui la Chiesa era troppo occupata al proprio interno
a scrivere documenti o a creare strutture organizzative. “Sono tutte
attività che rispondono all’idea, diffusa tra chi dirige la Chiesa,
secondo la quale esisterebbe un popolo consapevole da guidare, mentre
esiste solo un esercito disarmato, un esercito sbandato”. Tra l’altro,
don Oreste indicava un imminente nuovo pericolo per la Chiesa,
l’avanzata dell’Islam: “Finchè non hanno il potere non succede nulla,
però si tengono uniti, non sono come noi cattolici che abbiamo paura di
avere ragione.” Parole di quindici anni fa, parole profetiche.
Del libro uscì un’anticipazione sul Carlino che, con il titolo “Le
picconate di don Oreste”, faceva appunto riferimento alla sua diagnosi
allarmata sullo stato della Chiesa. Dovevano venire a Rimini a
presentarlo Mario Agnes, direttore dell’Osservatore Romano, e il
vescovo Attilio Nicora. Non se ne fece nulla per la disapprovazione
della diocesi. Ricordo, in un freddo e nebbioso mattino di novembre, il
volto addolorato di don Oreste. Addolorato ma risoluto ad obbedire al
suo vescovo. Per lui la Chiesa era una madre da amare e seguire, sempre.

Le ultime righe di questo tuo post la dicono lunga sull'aria che tirava in diocesi! E comunque, come dici tu, don Oreste, come figlio bravo seppur testardo, ha "dolorosamente obbedito". Non era dunque solo per gli ultimi, il suo Amore...
Scritto da: Cristella | 03 novembre 2007 a 22:36