
Ora,
Katia non è che si chiamasse Katia davvero.
Non ho la più pallida idea del suo vero nome, perso in qualche parte, in un
angolo delle strade che ha frequentato, vissuto, dove ha appoggiato il carrello,
il berretto e si è messo a dormire.
Katia lo si sarebbe definito un barbone, o homeless che fa tanto 'in', non
fosse che non ci trovo niente di 'in' nel dire in inglese che uno non ha casa.
E comunque barbone lo si poteva chiamare, per via che la barba ce l'aveva
davvero, lunga, larga, una barba di quelle che partono da sotto il naso,
si allargano fino alle orecchie, poi scendono a coprire il viso e pure il
collo.
Un barbone grigio, grigi i capelli, e pure gli abiti erano di quel colore lì,
indefinito, ma non per moda o scelta, piuttosto che a lavarli mille volte e
mille volte rivoltarli, gli abiti, perdono ogni voglia di allegria e assumono
il colore della nebbia.
Katia girava col carrello della spesa, dove dentro ci teneva il suo mondo:
borse, borsine, scatole, e tanti tesori che a noi non era consentito vedere.
Solo ogni tanto, quando Katia era in buona, o doveva cercare qualcosa, allora
potevamo sbirciare.
Perché Katia cominciava a tirar fuori borse, borsine e
scatole dal carrello, poi apriva tutto e ficcava dentro la testa per
frugare.
Ne uscivano pezzi di stoffa, scatole più piccole, barattoli
di latta, e bottiglie di plastica.
Una marea di bottiglie di plastica:
del latte, del vino, della varechina, del detersivo per
piatti, dell’ammorbidente…
qualunque fosse stato il liquido contenuto ormai non ce ne
era neanche più l’ombra, ma Katia le conservava tutte nel suo carrello,
quelle bottiglie, preziose come oro.
Un sera di fine estate ero in piazza Cavour, con mio marito
e alcuni amici.
Si stava lì, a chiacchierare, in quel modo tipico di chi non
ha voglia di fare nulla di preciso, piuttosto godersi un’ora perfetta, quando
tutti sono andati a casa e torneranno solo più tardi, e la piazza è immensa,
vuota e splendida.
Katia non era ancora Katia, allora, solo il barbone dalla
lunga barba, o chissà, non ricordo più se avesse un soprannome come Paolino che
spazza la spiaggia…
Comunque Katia-non-ancora-Katia era apparso nella piazza,
senza carrello quella volta, ma con almeno dieci borse borsine e un bel
bottiglione di plastica in mano.
Di varechina, se non ricordo male.
Eravamo lì a chiacchierare e Katia-non-ancora-Katia ci è
passato accanto.
Chissà cosa ha capito, o quale pensiero aveva per la mente
in quell’istante, o se ha captato uno sguardo e lo ha frainteso: non ci è dato
saperlo, ma si è bloccato, ha guardato mio marito e con voce altissima gli ha
chiesto “Katia?”
Ora, mio marito, che stava parlando e probabilmente non lo
aveva neanche visto apparire, ha fatto un salto a quella domanda urlata, poi ha
reagito con stupore chiedendogli di rimando: “Katia?”
E’ stata la fine:
Katia-non-ancora-Katia-ma-Katia-da-quel-momento-lì si è arrabbiato, e ha
cominciato a urlare: “Katia? Katia?”
Mio marito sempre più allibito cercava di capirci qualcosa
in quel discorso e “io non ho detto niente…”
Ma Katia-da-quel-momento-lì non sentiva ragioni.
E armato di bottiglione della varechina ha cominciato a
correre verso mio marito, con la chiara intenzione di picchiarlo con quell’arma
di plastica.
Sì, lo ammetto:
una delle scene più ridicole che mi ricordi.
Mio marito a correre e a urlare “ma io non ho detto niente!”
E Katia a rincorrerlo col bottiglione della varechina
“Katia!? Katia! Katia?”
Mio marito è un atleta, e corre come un fulmine; Katia era più vecchio, pieno di borse,
borsine, barattoli e il bottiglione, per cui era chiaro che la cosa non avrebbe
avuto risvolti…diciamo drammatici.
Posto che si possa trovare qualcosa di drammatico
nell’essere picchiati con un bottiglione vuoto di plastica, dico.
Ma da allora, e parlo di vent’anni fa almeno, Katia è diventato
Katia, per noi.
L’abbiamo visto per un po’ d’anni ancora, e ammetto che
appena ne intuivamo la sagoma da lontano scantonavamo per vie parallele:
va a capire, magari ce l’aveva ancora per la storia di
quella sera, e non è cosa correre per il centro della città inseguiti da un
uomo armato di una bottiglia di plastica…
E' tanto che non lo si vede più.
Chissà dove è, Katia, adesso.
Chissà in quali strade ha camminato, rasente ai muri, parlando da solo, e urlando alle ombre.
Chissà dove ha posato berretto e scarpe e si è steso, per
schiacciare un pisolino, con la testa appoggiata a un carrello con dentro il suo mondo.