Cecco Gualandi non lo conosceva nessuno per Cecco Gualandi, perché per tutti era il Linetti.
Infatti Cecco Gualandi aveva il vezzo, fin dai suoi (ormai lontanissimi) sedici anni, di tirarsi indietro i capelli impomatandoli di brillantina fino a quando quelli, stremati, se ne stavano tutti lisci e spianati che manco a spararli uno per uno sarebbero stati così.
Il Linetti aveva un negozio, di quelli sul lungomare, che apriva per Pasqua e chiudeva a settembre, quando l’ultimo turista tedesco aveva preso la valigia ed era tornato al paesello natio a mangiarsi crauti e patate.
Che poi quella cosa dei tedeschi che mangiano crauti e patate è un pregiudizio duro a morire, quasi come quello che in Italia si sta tutto il giorno a suonare mandolini, mangiare spaghetti e ammazzare gente per strada: che, per dire, a parte mangiare spaghetti, il Linetti non aveva mai visto un mandolino in vita sua e non avrebbe ammazzato manco una mosca sotto tortura, ché:
‘l’unica strage che faccio io è quella di cuori di femmina’ diceva.
Nel suo negozio sul lungomare, in quei mesi di apertura, il Linetti vendeva i ‘suvenir’. Quel miscuglio di cose che poi si ritrovano sui mobili delle nonne, sopra i centrini di pizzo, o ben esposti sulle televisioni del salotto buono: piccole scatole ricoperte di conchiglie, Gesù che guarda in alto con ‘proteggi questa casa’ scritto sotto la barba, la mattonella di ceramica con il ponte, le onde e sotto: ‘Rimini’, con tutti i puntini sulle ‘i’ a forma di sole, che manco nei film di fantascienza si trovano tanti soli tutti insieme…
Il Linetti era fiero del suo negozio di ‘suvenir’: era riuscito a trovare una fornitura completa di scatole con il coperchio di conchiglie bianche e l’immagine di Gesù incastonata in mezzo e anche i coltellini svizzeri con scritto sopra ‘Riviera Romagnola’: il Linetti era arrivato alla globalizzazione ancora prima delle multinazionali, e andava fiero di quelle meraviglie, compresi l’orologio a cucù con i calamari al posto degli uccellini e il piccolo omino di plastica che faceva la pipì per spegnere le sigarette…
Del resto, davanti alla sua vetrina c’era sempre la fila di gente a guardare le novità.
Le risate si sentivano da lontano e gli amici chiamavano gli altri ‘oh, venite a vedere che roba!’:
il Linetti se ne stava tronfio e orgoglioso sulla porta del negozio, a guardare quella potenziale clientela che ammirava i guanti da cucina a forma di pesce, le immagini sacre dipinte a mano su inconsueti vasi da fiori, medagliette di vetro con le iniziali, orecchini a forma di squali e cose così.
Quando qualche cliente voleva approfondire la conoscenza della merce, il Linetti si spostava dalla porta, con un leggero inchino, e faceva gli onori di casa:
- Qui potete trovare gli scherzi, qui le cose preziose, qui i ‘suvenir’.
Ma il meglio di sé il Linetti lo dava quando nel negozio entrava qualche turista avvenente, specialmente se straniera.
Allora l’inchino era più profondo, il sorriso illuminava il suo viso, mentre, con fare noncurante ma studiato fino al minimo dettaglio, si spostava sotto la luce del lampadario, in modo che i suoi capelli emanassero una specie di luccichio, dovuto alla brillantina.
Poi il Linetti prendeva la mano della signora, la portava alla bocca e ‘madmuasel’ diceva con voce roca e profonda, che doveva raccontare notti infuocate e chissà quale diavoleria sarebbe stato in grado di inventare per lei e solo per lei.
Normalmente la signora restava allibita e silenziosa per qualche secondo:
il Linetti pensava fosse per il suo fascino innato, mentre invece era per l’effluvio della brillantina che, un po’ per il caldo, un po’ per la dose, stordiva la signora fino quasi allo svenimento.
Nonostante quel dettaglio, il negozio del Linetti andava a gonfie vele, e in giro per il mondo ci sono scatole di conchiglie, bottigliette con la sabbia di Rimini, immagini sacre dal sorriso inquietante, piccoli uomini di plastica che fanno la pipì sulle sigarette, a ricordare una città un po’ particolare, per usare un eufemismo.
Tutto sarebbe andato avanti così, se un giorno di luglio non fosse passata da lì l’Ingrid.
Tedesca dalla punta dei capelli all’unghia dell’alluce, alta e grossa come una montagna, chiara di pelle occhi e capelli, l’Ingrid era entrata nel negozio del Linetti come se fosse al supermarket a comperare crauti e patate e con un italiano duro come pietre, proprio come ci si aspetta da una tedesca che non conosce la morbidezza delle consonanti italiane, aveva chiesto ‘un pel recalo’
Il Linetti aveva provato a prenderle la mano per baciargliela, perché nonostante lo superasse di una testa buona quella tedesca era una gran bella donna, ma lei l’aveva subito frenato in quella smanceria ed era andata dritta filata davanti all’orologio a cucù coi calamari, che, proprio in quel momento, come per un segno del destino, suonava le undici con un gran frastuono.
L’Ingrid se ne era innamorata subito e ‘cvesto’ aveva detto.
Ma nel frattempo, nella testa impomatata del Linetti stava succedendo di tutto:
lui, sempre preso dal suo mondo di ‘suvenir’ e ‘madmuasel’ da conquistare, guardava quella donna possente, che sorrideva davanti all’orologio a cucù coi calamari.
E non sentiva, il Linetti, non sentiva il frastuono del cucù, ma uno stordimento, una confusione, un non so ché che manco sapeva fosse amore a prima vista.
L’Ingrid, da parte sua, aveva guardato il Linetti e dentro lo sguardo un po’ da ebete dell’uomo ci aveva letto tutto.
E per quelle alchimie strane che succedono talvolta, anche lei aveva smesso di sentire il cucù e aveva cominciato a vedere le meraviglie dell’amore, anche un po’ fuorviata dal luccichio della brillantina.
Tempo due mesi e diciotto giorni, il Linetti si era trasferito in Germania.
Aveva chiuso di fretta e furia il negozio di ‘suvenir’, aveva trovato un acquirente e s’era trasferito con la sua Ingrid in un qualche paese della Germania, dove i suoi amici se lo immaginavano a mangiare crauti e patate e sospirare davanti alle madmuasel del posto.
Il negozio di ‘suvenir’ lo aveva comprato un signore.
Ci aveva messo dentro la moglie e la figlia, che avevano tolto scatole con le conchiglie e orecchini a forma di squali, per metterci i soliti quattro stracci indossati da manichini morti di fame.
Così non c’è rimasto più niente da vedere, perché di negozi di stracci e manichini morti di fame ce ne sono milioni e alla fine manco ci si accorge più di loro…
Mentre la fila fuori dalla vetrina adesso è a 800 chilometri da qui.
Perché il Linetti ha trovato un buco dove cominciare un’attività e lo potete trovare in un paesello della Germania, tronfio e impomatato, davanti alla porta:
nella vetrina bambole vestite tirolese, bottiglie intarsiate e Gesù che guarda in alto, con scritto in tedesco ‘proteggi questa casa’.
Dentro il negozietto l’Ingrid, che spolvera ninnoli e si ferma ogni ora al suono dell’orologio a cucù coi calamari al posto degli uccellini.
Sorride l’Ingrid, felice.
Sorride, il Linetti, felice.
Noi, invece, non sorridiamo per niente, perché il Linetti ci manca un gran bel po’.

