Questa sera mio figlio, quindicenne, andrà al Velvet per il concerto dei Modena City Ramblers.
E lui è molto eccitato dall'evento.
Come per tutti i ragazzini della sua età la musica è una costante della giornata:
si ascolta, si suona, ci si parla sopra.
Ma un concerto, bè, è il massimo.
Anche se non è il primo: ha già visto quello di Vinicio Capossela a Longiano, ma il Velvet è il Velvet...
E come tutti i ragazzini della sua età aborra tutto ciò che comincia con "quando io avevo la tua età" o "quando io ero giovane".
Ha ragione, per carità.
Se non fosse che quando io ero giovane...
Quando io ero giovane il Velvet si chiamava Slego, e non era lì, nelle campagne riminesi: lì ci è andato dopo, molto dopo.
Era sul lungomare, altezza Viserbella se non ricordo male, un pò imbucato in una di quelle viuzze strette strette.
Aveva una gestione "divisa": per un periodo dell'anno era una balera (la Sirenetta) per poi togliersi di dosso scarpe col tacco e vestiti da signora, indossare borchie, eskimi e parka e diventare, per i restanti mesi, il mitico Slego.
Se dico mitico non sbaglio per eccesso.
Lo Slego era qualcosa di incredibile ed inimitabile, davvero.
Nonostante la bruttezza del luogo, nonostante il suo essere basico (o forse anche grazie a quello?) lo Slego era il posto più "in" dove ascoltare musica "vera".
Ho avuto la fortuna di lavorarci, per una estate.
Facevo la cassiera, e credetemi se vi dico che fare la cassiera in un posto così presuppone una bella dose di cattiveria genetica.
Avevo 21 anni, lavoravo di giorno in altri luoghi, e la sera lì, fino alle 4 del mattino; delle volte mi sono addormentata in piedi, mentre si facevano i conti della cassa:
eppure me lo ricordo come uno dei più bei periodi dei miei vent'anni.
Era, quello, il momento/revival del Mod, ed i ragazzini arrivavano col il loro parka, i capelli tutti carini, la Vespa...
Insieme (o, meglio contro loro), c'erano i punk:
duri, cattivi, borchiati q.b., non era facile farli stare nello stesso posto senza casini (e qui una parola meno 'forte' di 'casino' proprio non ci sta)...
Comunque, arrivavano i Mods ed i Punk, ed io ero alla cassa, ed una cassiera di un posto come lo Slego è un pò come la barista o il prete:
deve suo malgrado sorbirsi racconti che sono confessioni di tragedie, sciagure, furti, cose andate malissimo, insomma le solite cavallette furiose che capitano a chi deve pagare l'ingresso.
Mi ricordo di scene strazianti, con tanto di ragazzi in ginocchio, richieste di fidanzamento, dichiarazioni d'amore, ogni cosa è stata tentata per non pagare o per avere uno sconto...
Ragazzi che sarebbero entrati per chiamare la sorella, per prendere solo una birra, per andare in bagno, insomma due minuti, cosa mi costava?
Era estate, avevo 21 anni, la birra sotto il bancone diventava calda in 5 minuti, dicevo "no non posso farti entrare, mi dispiace", sorridevo, mi facevo amici:
Tiravo a fare le due, poi davo la cassa al gestore, si facevano i conti, ed entravo, finalmente, allo Slego come "fruitrice".
Il pavimento era qualcosa di spettacolare:
sudore, condensa e birra lo facevano diventare così scivoloso che era facile vedere qualcuno volare, letteralmente.
Si pogava con ardore, lì dentro, utilizzando anche il pavimento, scivolandoci sopra come surfisti sulle onde, per prendere ancora più energia, ed i corpi si spingevano, scontravano, in una simil-lotta così divertente che anche cadere era parte del gioco.
Poi una sera andare a lavorare fu un delirio.
Nessuno di noi ne aveva voglia: del resto era assurdo.
Ma andammo lo stesso.
Borbottando, arrabbiati, perchè non aveva senso essere lì.
Ma restammo così, ligi al dovere, io alla cassa, i baristi al bar, senza nessuno a pregarmi di entrare, senza un'anima a chiedere la birra.
Ci scambiavamo ogni tanto una voce, per aggiornarci.
Poi, non servì più a nulla darci voce, perchè sentimmo quella della città, un unico grande grido, forte, intenso liberatorio:
avevo 21 anni, era il 1982, e l'Italia, quella sera d'estate vinse il Campionato del Mondo di Calcio...
Ecco, ero giovane, allora, ed ho visto e fatto cose di cui forse mio figlio sarebbe fiero, se avesse voglia di ascoltarle.
Una madre cassiera del mitico Slego, che era lì nell'anno in cui l'Italia vinse il mondiale, e conobbe Mods e Punk, e pogava sul pavimento scivoloso dello storico locale che ancora la gente sospira ricordandolo...
però non funziona così, mi sa:
perchè la mamma è la mamma, quella signora che deve stare a casa, preoccuparsi del figlio, magari borbottare se fa tardi, e va a parlare con i professori.
Così questa sera lui se ne andrà al Velvet, che era lo Slego, anche se non quello storico, ma vabbè.
Ascolterà il concerto, farà la fila al bar, prenderà qualcosa da bere, urlerà agli amici per farsi sentire, magari pogherà, tornerà a casa tardi, sudato, puzzolente, e con la musica dentro le orecchie e lo stomaco e le ossa...
io sarò a letto, gli chiederò "come è andata?" lui dirà "bene" senza aggiungere altro, tanto io sono la mamma, e la mamma, si sa, mica le può capire certe cose.
Mica si può dire alla mamma che si è pogato, le ragazzine erano strampalate, la musica era qualcosa di forte, che non è solo musica, è qualcosa che ti fa chiudere gli occhi, annusare l'odore intorno, ballare perchè le gambe le braccia la testa i pensieri tutto chiede di muoversi, insomma la mamma queste cose qui mica le può capire.
Sorriderò, quindi, pensando che è giusto così:
io non devo capire, perchè "generezionalmente" non sono tenuta a farlo.
Allora penserò ad un ragazzino Mod, così carino, così delicato, che veniva tutte le sere allo Slego, quando lavoravo lì e si fermava a parlare con me, per ore, poi pagava l'entrata ma tornava subito fuori a portarmi una birra.
Chissà come si chiamava, non mi ricordo più.
Chissà cosa farà adesso, come sarà, se si ricorderà di quell'estate dell'82, se i suoi figli vanno al Velvet e a lui viene da dire "io alla vostra età ero un Mod" e se loro rideranno di lui "ma dai! tu un Mod!"
Chissà.
Ma queste cose qui mica si possono dire ai propri figli.
Perchè comunque no, non capirebbero...







