
quando ero piccola, la mamma ed nonni mi raccontavano “le storie”.
mai favole:
erano le vicende della nostra famiglia, come se fossero avventure, ed i personaggi erano bisnonni ed avi che vivevano in un mondo così distante dal mio da diventare cavalieri e dame anche se erano solo contadini.
fra le storie che preferivo, però, ce ne erano un paio non eclatanti, ma che mi facevano ridere.
una di quelle era di mia mamma bambina.
le settimane antecedenti i fuochi San Giuseppe (le "fogheracce") c’era grande fermento fra i ragazzini riminesi.
c’era da andare sul fiume a raccogliere rami e fuscelli, da bussare alle porte delle case dei borghi, per chiedere vecchie cassette e ogni cosa potesse essere utile per fare grandi i falò.
i ragazzini passavano i pomeriggi dopo la scuola a correre, chiedere, accatastare.
i più piccoli venivano lasciati “a badare” le cataste di legna che si formavano, perché le bande “nemiche” potevano passare e rubare legna o, onta delle onte, dare fuoco alle loro fatiche, vanificandole.
le bambine prendevano le fascine e se le litigavano, perché diceva un detto che portare legna al fuoco faceva crescere il seno:
e qui mia mamma mi faceva ridere, perché mi raccontava che lei la portava via, la legna, perché ne aveva troppo di seno, e sperava che, nel suo caso, si avverasse il miracolo al contrario.
le ore prima dell’accensione erano così piene di aspettativa che i genitori facevano fatica a governare i ragazzini:
che correvano da una parte all’altra, a controllare i fuochi “avversari” e portare i propri bollettini “il nostro è più grosso!” “quelli del borgo San Giuliano hanno il pupazzo!” “quelli di Covignano accendono fra poco”.
e poi, intorno alle sette di sera, il cielo cominciava a diventare rosso, l’odore di legna bruciata permeava l’aria, farfalle di fuliggine volteggiavano:
era arrivato il 18 marzo, e le fogheracce di San Giuseppe venivano accese.
intorno ai falò le famiglie si raccoglievano, alcune organizzavano mangiate, i ragazzini tiravano legni e petardi, le mamme si sgolavano “non andare così vicino, ti bruci”, ma l’euforia era contagiosa, si trasmetteva dai bambini agli adulti, e dagli adulti agli anziani che raccontavano di falò immensi, le cui fiamme arrivavano più in alto del palazzo più alto...
spesso si finiva a ballare, con la musica di una chitarra o della fisarmonica di qualche amico musicista.
i ragazzi innamorati scappavano sulle colline di Covignano, per guardare dall’alto la città con i cento occhi rossi, e complice il buio, rendevano speciale e personale quella notte di fuochi e canti.
anche io bambina ho fatto le mie corse a cercare legna, e mi sono incantata davanti ai fuochi, con la faccia bollente e la schiena gelata, sperando che il falò durasse tanto, perché quella del 18 marzo era una notte speciale, i ragazzini erano liberi di andare da un fuoco all’altro, ridendo, incontrandosi, giocando.
adesso i falò "spontanei", quelli agli angoli delle strade, nelle piazzole, nei giardini, sono proibiti.
ci sono quelli "autorizzati" e poi se ne fa uno immenso, bellissimo, il falò gigante dei sogni di ogni bambino, ed è sulla spiaggia libera del porto.
già da un po’ di giorni si può vedere la grande catasta di legna che cresce, cresce, e la notte di San Giuseppe le fiamme arriveranno più alte di tutti i palazzi, ed illumineranno il mare.
ma ci saranno altri falò, in giro per la città, nonostante non si possano fare:
ed i ragazzini di oggi guarderanno allibiti i loro genitori costruire piccole cataste di legna, e fare ssshhhttt con il dito davanti alla bocca, zitti non dite niente, e alle sette di sera si accenderanno piccoli fuochi “proibiti”, nei giardini, ad illuminare le facce di bambini e quelle di adulti che racconteranno di quando loro erano giovani, e correvano da una via all’altra, ed il loro fuoco, ah, il loro fuoco era il più grande il più bello, e c’era chi suonava la fisarmonica, ed i nonni ballavano…
perché tradizioni come queste non si possono fermare.
è come cercare di bloccare il passato, e cancellare con una legge la voglia di perpetuare un rito che viene da tradizioni centenarie, e che serve anche per riappropriarsi di una città che appartiene ai ricordi ed alla storia delle nostre famiglie.
il 18 marzo ci saranno le fogheracce a Rimini.
una grande, immensa, sulla riva del mare.
altre belle, grandi, nei borghi della città.
altre piccolissime, silenziose, “abusive”, nei giardini degli irriducibili.
anche questa è Rimini.
una delle tante sfaccettature nascoste di una città che tutti “pensano” di conoscere perché hanno preso il sole, una volta in agosto, sulla riva del suo mare…