Con molta sorpresa ed emozione Cristella ha trovato sul blog i commenti di Regina, una discendente diretta del poeta-ciabattino Giustiniano Villa che, nata e cresciuta lontana dalla Romagna, non conosce bene la storia del suo bisnonno. Però ne è curiosa, e per questo, evidentemente, è arrivata al blog di Cristella, essendo probabilmente l’unico luogo in rete dove qualcuno ha avuto la pazienza di copiare dalla versione stampata una zirudèla scritta in dialetto.
Ho promesso a Regina che la metterò in contatto con un amico studioso/scrittore che, da anni, si occupa della figura di Giustiniano Villa. Presto riceverà un messaggio in tal senso.
Ma oggi voglio farle dono di un altro pezzettino della saggezza del suo bisnonno: una zirudèla scritta nel 1895, ma che stimola più di una riflessione sulla situazione sociale di oggi del nostro Paese.
Bisogna immaginarsi la scena.
Esterno giorno; fine Ottocento, inizi Novecento.
Niente radio e tv, pochi giornali (che comunque in pochi avrebbero potuto leggere). Nei giorni di mercato e durante le fiere personaggi come Villa, in piedi sul loro banchetto in mezzo alla piazza del paese o del borgo della città, aggiornavano a gran voce sui fatti del mondo. Alla fine della “cantata” chiedevano una moneta.
Cantastorie, poeti, zirudellari, o come volete chiamarli. Io li definirei giornalisti ante litteram (chissà se anche a quei tempi c’era la par condicio?).
L’EMIGRAZIONE dall’Italia in America
GLI ITALIANI NEL BRASILE
Narrazione poetica in dialetto romagnolo
In Italia ac sem ardutt
in miseria più di tutt
del nazion dl’Europa intera
chi po di quest a ne vera?!…
Guardè quant i na emigrè
in America ch’iè andè,
e quant i ne chi vo partì
chi se stuff i qua d’soffrì.
In Italia ci siam ridotti/in miseria più di tutte/fra le nazioni dell’Europa intera/chi può dire che questo non è vero?/Guardate quanti ne sono emigrati/in America sono andati/e quanti ce ne sono che voglion partire/chi s’è stancato di star qua a soffrire.
A motiv d’st’emigrazion
i ma rott bela i botton!…
da per tutt a sa stel piaz
omne, don, vecc e ragaz
povre, ricch qualunque zenta
dai chim secca, chim tormenta
i vo cai digga quasi d’fil
da che perta cle e Brasil,
l’Arzentena, e se at chi post
i sta ben o mel i nost.
A causa di quest’emigrazione/mi hanno rotto ormai i bottoni!/da per tutto su queste piazze/uomini, donne/vecchi e ragazzi/Poveri ricchi qualunque persona/dai che mi seccano, che mi tormentano/vogliono che gli dica quasi di fila/da che parte è il Brasile,/l’Argentina e se in quei posti/stanno bene o male i nostri.
Me ca no zired e mond
a no mai potù rispond;
ades però am ni so informè
da chi che vnu che i la iè ste,
da chi ca scritt ca na vlu vnì
qualche cosa a potrò di.
Io che non ho girato il mondo/non ho mai potuto rispondere;/adesso però mi sono informato/da chi è venuto che là c’è stato,/da chi ha scritto che non è voluto venire/qualche cosa potrò dire.
Prima d’fev la spiegazion
dov ch’s’atrova sta nazion
av darò un idea de mond,
al savrì cle quasi tond
una spec d’na melarenza,
da una perta iè la Frenza,
l’Italia, l’Austria, la Prussia,
l’Inghiltera, e Turch, la Russia,
Spagna, Grecia tutt l’Europa
(a ve digh trop d’gallopa).
I qua iè l’Asia, Iafrichen
do che più chèld, Iamerichen
confront dl’Italia iè in te fond;
siccom e glob e zira in tond
in faza e sol cle sempre fiss,
quest e un fat tutt il capiss
at l’istess punt at l’istess or
sfa e di da noun, nota da lor.
Prima di darvi la spiegazione/dove si trova questa nazione/vi darò un’idea del mondo,/lo saprete che è quasi tondo/una specie di melarancia,/da una parte c’è la Francia,/l’Italia, l’Austria, la Prussia,/l’Inghilterra, il Turco, la Russia,/Spagna, Grecia tutta l’Europa/(ve lo dico troppo in fretta)/qua c’è l’Asia, gli Africani/dov’è più caldo, gli Americani/in confronto all’Italia son laggiù in fondo;7siccome il globo gira in tondo/di fronte al sole che è sempre fisso,/questo è un fatto che tutti capiscono/allo stesso punto alla stessa ora/si fa giorno da noi, notte da loro.
Scusè sa ho ded in poesia
una lezion d’geografia,
per fem capì bsogneva dil;
a dirò subit de Brasil
appunt per fe la discrizion
com i chempa at cla nazion.
Scusate se ho dato in poesia/una lezione di geografia,/per farmi capire bisognava dirlo;/dirò subito del Brasile/appunto per fare la descrizione/come vivono in quella nazione.
At chi sit i contadein
sià fortuna da ste bein
mei di tutt is la sgavagna
i la la frutta la campagna.
Formenton, gren e ligumm
d’un an, i basta pe consumm
d’quattre annitt e pu i n’avenza,
i potrà rempì la penza!…
In quei luoghi i contadini/se han fortuna di star bene/meglio di tutti se la cavano/là rende la campagna./Formentone, grano e legumi/di un anno, bastano per il consumo/di quattro annetti e poi ne avanza,potranno riempirsi la pancia?
E prez dla cherna da mazel
o bov, o vaca, ossia videl
o por(?..), o bestia mnuda
tent sia cota come cruda,
per tri sold an’avì un piat
per vu, pi chen, e per i gat.
Il prezzo della carne da macello/o bue, vacca, ossia vitello/o carne di maiale, o di bestia minuta/tanto sia cotta come cruda,/per tre soldi ne avete un piatto/per voi, per i cani e per il gatto.
Lerd, furmai e condiment
al comprè discretement:
la legna pu la costa poch
du tri sold e costa un zoch
a dei fugh i la d’Nadel
e brusa tutt e Carnevel.
Lardo, formaggio e condimento/lo comprate discretamente:/la legna poi costa poco/due tre soldi costa un ciocco,/a dargli fuoco là a Natale/brucia per tutto il Carnevale.
In quant a vein lassamma andè
an iè proprie nient da fe…
i pienta i zitt i contadein
la grassina de terrein
la manda al vid tutt in vigor,
le da bon un brutt lavor!
se ma un ei pies e vein
poch baiocch e mett insein:
bsogna bev un po d’mistrà
e un po d’birra clai sarà.
In quanto al vino lasciamo andare/non c’è proprio niente da fare../piantano i getti i contadini/ma la grassina (il terreno troppo grasso manda le viti in vigore di fogliame a detrimento della fruttificazione e della qualità del prodotto) del terreno/manda le viti tutte in vigore,/è davvero un brutto lavoro!/Se a qualcuno piace il vino/pochi soldi mette insieme:/bisogna bere un po’ di mistrà/e un po’ di birra che ci sarà.
… poi prosegue ancora: magari trascriverò il seguito prossimamente… su questo schermo.


Buongiorno,
mi chiamo Claudio Casadei e vivo a San Clemente. Mi scuserete se mi inserisco nei vostri dialoghi, ma trovare qui il nome di Giustiniano Villa mi ha fatto estremo piacere perché conosco la sua opera e sono convinto che il suo valore “giornalistico” sia di gran lunga superiore al valore letterario. Villa era una voce libera e impegnata, un po’ controcorrente e vicina a chi nella maggior parte dei casi non sapeva ne leggere ne scrivere. Nel suo nome San Clemente, nonostante il disinteresse di tutte le istituzioni locali, da diciotto anni organizza un premio di poesia e zirudela dando spazio a tutti coloro che vogliono parteciparvi raccogliendo poi tutte le opere in concorso in un libricino regalato agli autori e a disposizione per gli interessati. Per i vincitori invece un piccolo premio in denaro e un trofeo opera del maestro Umberto Corsucci. Ho pensato che tra coloro che frequentano questo blog ci potesse essere qualcuno interessato a partecipare, sapete com’è, la speranza è l’ultima a morire. Si possono ottenere informazioni nel comune di San Clemente al numero 0541 862421 , oppure Claudio Casadei dalle ore 19,00 alle 21,00 al numero 339 48 58 903. Scusate ancora la mia intromissione e buon tutto a tutti voi.
Scritto da: Claudio Casadei | 28 marzo 2010 a 13:47
Grazie, Claudio. Copio il tuo commento anche sul blog www.cristella.it.
Un anno ho partecipato anch'io al Premio Giustiniano Villa e conosco diverse persone che si sono classificate e hanno vinto meritatamente :)
Scritto da: Cristella | 28 marzo 2010 a 17:32
Buonasera Maria Cristina, volevo chiederle una cortesia...Mio padre Walter (60 anni passati) qualche giorno fa mi raccontava di una poesia di Giustiniano Villa che sua nonna gli recitava quando era bambino e che sogna di poter recuperare tutta, poichè con gli anni la memoria ha creato lacune che neanche sua madre, ancora in vita, sa risanare...la poesia racconta di un contadino di mezzadria che per Natale porta due capponi e cento uova al fattore, con un dialogo tra i due circa la tradizione dei doni al padrone e la percezione di sfruttamento del contadino...perdonerà se scrivo male in romagnolo (vivo a Padova da 15 anni...) ma le riporto alcune parole che mio padre ricorda:"Ben arvat, sor Padron
anche stan, ben o mel, a sem arvat ma Nadel, a io port do cappon e cent ovi in'un panir...me an voj ess ad chi quajun chi regala mi padrun, mi mnestri e mi fatur....se mi fai questa pazzia dal poder ti mando via....e ti par 'na bragatella a mangiarti una vitella?..." Queste alcune delle frasi che mio padre e mia nonna sono riusciti a ricucire, qualche sera fa, tra i ricordi sbiaditi delle zirudele che mia bisnonna amava lasciare in eredità....può aiutarmi ad avverare un piccolo sogno e rimettere insieme i pezzi, aggiungendo qualli mancanti? conosce la poesia?
Grazie davvero e Buon lavoro
Debora Leardini
Scritto da: Debora Leardini | 02 giugno 2010 a 20:54