FRANCESCA COME GALILEO
LO STESSO DESTINO LI ACCOMUNA. A FARLI DANNARE È UN LIBRO
1. Il libro: dalla regola alla domanda
Nella storia della cultura, come ha mirabilmente sintetizzato Ezio Raimondi, dapprima il «Libro» è una «mappa di significati simbolici definiti in anticipo», poi diventa una «totalità aperta» [Raimondi 1993, p. 109].
L’esempio forse più illustre e ricco di implicazioni storiche, di quella «mappa di significati simbolici», è nel racconto dantesco di Paolo e Francesca. Qui il «Libro» rappresenta l’inizio della tragedia umana e della dannazione eterna.
Il termine «mappa» suggerisce il valore normativo dello strumento. Che indica gli itinerari obbligatori per il viandante-lettore. Essi sono costituiti da quei «significati simbolici» che s’impongono come ponte tra mondano ed ultramondano, per passare dalla vita nel peccato alla salvezza spirituale. Non sono suggeriti ma imposti, appunto perché «definiti in anticipo».
Il momento del «Libro» come «totalità aperta» inizia con la critica al sapere astratto che chiameremo cartaceo per rimandare all’espressione galileiana di «astronomia cartacea». All’origine della modernità Raimondi [ivi, p. 105] pone una frase di «un vecchio scrittore barocco, Emanuele Tesauro», che definisce l’intelletto speculativo come «un libro animato che legge se stesso».
L’immagine speculare del libro-intelletto non è la semplice annotazione di una poetica della «meraviglia» di origine marinista, o dell’acutezza d’impronta barocca. È parte di quella «inedita planimetria suggerita dalla scienza moderna» di cui parla Andrea Battistini [Battistini 2000, p. 110]. E che porta Tesauro a scrivere: «… puoi tu conoscere quanto sia il mondo invecchiato». Tesauro intende non soltanto «un ringiovanimento del sapere» (Battistini) ma soprattutto un progresso (Raimondi) di esso [ivi, p. 110, nota 68]. Che possiamo datare a partite dal 1610 quando appare il «Sidereus Nuncius» di Galileo, di cui lo stesso Tesauro riassume le scoperte, pur senza nominarlo [Battistini 2000, p. 110]. L’opera di Galileo cambia il panorama culturale europeo perché, come scrive Francesco Sberlati, con essa «si attua una frattura epistemica destinata a durare nei secoli a venire»: «Galileo ha la capacità di riconoscere che qualcosa di nuovo è accaduto […], essendo divenute le auctoritates classiche e sacre insufficienti a spiegare l’ordine del mondo» [Sberlati 2006, p. 174]
L’approdo alla modernità, per riassumere con una formula, avviene quando si passa dalla regola imposta alla domanda circa il quid di quella stessa regola. Cade così la «verticalità simbolica del mondo antico medievale» con «l’avvento della nuova scienza» che «modifica il rapporto tra l’uomo e la natura, mentre viene meno la solidarietà tra macrocosmo e microcosmo, che dal mondo antico era passata a quello medievale» [Raimondi 2008, p. 269].
2. Un libro che porta alla dannazione
Tutta la vicenda di Paolo e Francesca parte dalla lettura di un libro, ha osservato Lorenzo Renzi nel volume dedicato alla eroina dantesca [Renzi 2007, p. 13]. Attraverso l’episodio di Francesca («peccatrice perché letterata» [ivi, p. 7]), Alighieri «rinnegava il mondo della lirica d’amore, cioè contemporaneamente la poesia e l’amore terreno», e convertendosi ritornava ai Padri della Chiesa [ivi, p. 85].
Il tema del «libro» (non dello specifico libro, il romanzo di Lancillotto, che leggono Paolo e Francesca nel momento del loro peccato), è fondamentale non soltanto rispetto alla biografia intellettuale di Dante, ma anche per i successivi sviluppi della storia letteraria, in campi lontanissimi dalle tematiche affrontate nella Commedia e nei testi ad essa collegati o collegabili.
Dante prospetta un sistema binario (da una parte vita/natura, libro/peccato dall’altra) che, con profonde differenze ed opposte connotazioni ritroviamo in Galileo, proprio nell’immagine del «libro della natura» o dell’universo, come si legge nel celeberrimo passo del Saggiatore. Il libro con Galileo non va contro la natura, perché la natura è essa stessa quel libro che diventa poi il libro di Galileo, ovvero la descrizione del libro della natura. Nel gioco delle parole si riversa il gioco delle immagini che si riflettono e si spiegano vicendevolmente.
A questo passo s’ispira anche il Torricelli delle Lezioni accademiche, con un’aggiunta ispirata ad «un’ampia variazione retorica» (Raimondi 1994, pp.24-25) che lo porta a scrivere: «l’unico alfabeto e i soli caratteri con i quali si legge il gran manoscritto della filosofia divina nel libro dell’universo, non sono altro che quelle misere figure che vedete ne’ geometrici elementi».
Ma non va dimenticato che «il decreto anticopernicano del 1616 e la condanna di Galileo del 1633 si tradussero in tutta Europa in un rincaro nelle strategie della dissimulazione e della menzogna nel’orchestrazione retorica del discorso scientifico» (Zinato 2003, pp. 7-8).
3. Il libro di Galileo ed il Libro di Dio
Il libro galileiano della natura è scritto da Dio. Ma Dio ha dettato anche il Libro per antonomasia, ovvero la Bibbia. Fra il Libro ed il libro (galileiano), non dovrebbe correre alcuna differenza, avendo entrambi lo stesso ispiratore. Ma qualcosa li separa. Il Libro è intessuto di allegorie e di storie simboliche, non è un racconto o una cronaca soltanto realistica. Basti pensare al fatto che l’immagine di Dio è originariamente non rappresentabile (come resta tuttora per la religione ebraica). Il realismo della mela non dice nulla se essa non è intesa come racconto della proibizione di mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene e del male. Un albero, questo, che non esiste nel libro galileiano, che non può essere spiegato dal principio che quel libro «è scritto in lingua matematica», con quei «caratteri» senza i quali «è impossibile a intendere umanamente parole», ed è «un aggirarsi vanamente in un oscuro laberinto».
Galileo distingue il testo sacro, il Libro appunto, dal libro della natura, non per rifiutare il primo o per sottomettere il secondo ad esso, ma per delimitare i confini della scienza. La quale è una costruzione umana, usa strumenti che rispetto all’onniscienza divina sono limitati e ai minimi termini, ma che sono assolutamente necessari non per discorrere in astratto (verrebbe da aggiungere, come fanno i teologi), ma per penetrare in concreto il linguaggio delle cose e della natura.
A questo punto potremmo (dovremmo?) anche scrivere Natura non per farne un mito (come quelli antichi del Cosmo e delle sue divinità), ma per costituire il punto fermo da cui partire per gli ulteriori sviluppi circa il discorso sul significato dell’immagine del «libro» (e non del Libro) nella letteratura prima e dopo Galileo.
4. Il libro di Galileo punito in nome del Libro
Il libro di Francesca rappresenta quel mondo della lirica d’amore e dell’ideale «cortese» che Dante vuole rifiutare non con la freddezza del giudice ma con l’umanità del poeta che si commuove sino allo svenimento davanti al racconto della giovane ravennate che tradì il marito zoppo con il cognato belloccio.
Il libro della natura ipotizzato da Galileo non è (per la cultura ecclesiastica) meno inquietante di quello che sfogliano Paolo e Francesca. Galileo volendo distinguere fra teologia e scienza, va contro la piramide dantesca che mette al vertice la teologia, che considera la scienza ancella di essa, che chiede al Libro ogni risposta. Per cui è condannato chi ha teorizzato il libro della Natura scritto in un linguaggio non simbolico, e quindi affidato alla mediazione dell’interprete ufficiale ed autorizzato, ma in un linguaggio accessibile a tutti.
Un linguaggio talmente necessario che, dice Galileo, senza di esso è «un aggirarsi vanamente in un oscuro laberinto». Di qui lo scontro inevitabile, fra Libro e libro, nonostante le premesse galileiane del loro parallelismo e dell’unica sorgente per entrambi. Di qui la condanna di Galileo nel 1633, così come Dante immagina punita Francesca eternamente con i lussuriosi che saranno sì peccatori pericolosi, ma almeno la sentenza non l’hanno ricevuta da vivi come il povero Galileo.
È con questa sentenza che si rende il Saggiatore antagonista assoluto del Libro: perché l’opera di Galileo è vista (e condannata) come il libro che parla del libro della Natura con quella novità eretica che deriva dallo strumento conoscitivo del linguaggio matematico.
La vera unica novità eretica del Saggiatore e del pensiero di Galileo sta semplicemente nel fatto che rifiuta il sapere cartaceo di chi leggeva la Natura con gli occhi degli autori antichi, e sostituisce al principio di autorità quello della «sensata esperienza».
Il «testo di Aristotile» che dice il contrario della dimostrazione «aperta e sensata», ma non per questo accettata, è principio e fine di un dogmatismo che nutre se stesso con il principio d’autorità. Allo stesso modo la Chiesa nel 1616 impone a Galileo di non professare idee copernicane e nel 1633 lo costringe ad abiurare alle proprie conclusioni scientifiche del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, perché eretiche.
È pur sempre un libro quello che rovina sia Francesca sia Galileo. Ma il libro che Galileo scrive sulla Natura ed il suo studio condanna il sapere cartaceo di altri libri, ovvero rovescia la prospettiva storica: non si pone sulla scia di altri libri perché rifiuta il principio d’autorità, ma si contrappone ad essi. E per rivendicare pienamente la sua autonomia, deve affermarla anche nei confronti del Libro, della Bibbia, come sottolinea Andrea Battistini (1986).
Bibliografia
Battistini 1986 Andrea Battistini, L'Universo che si squaderna: cosmo e simbologia del libro, in «Letture Classensi», 15, Ravenna, Longo, 1986, pp. 61-78.
Battistini 2000, Andrea Battistini, Il Barocco. Cultura, miti, immagini, Salerno, Roma 2000.
Raimondi 1993, Ezio Raimondi, La passione per il possibile: dal Libro all’Enciclopedia, pp. 105-113, in «Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008)», a cura di V. Cicala e V. Ferorelli, Bononia University Press, Bologna 2008. Il saggio è del 1993, cfr. p. 113.
Raimondi 1994, Ezio Raimondi, La nuova scienza e la visione degli oggetti, ne «I sentieri del lettore, II. Dal Seicento all’Ottocento», a cura di Andrea Battistini, il Mulino, Bologna 1994, pp. 9-60
Raimondi 2008, Ezio Raimondi, Il senso della letteratura, il Mulino, Bologna 2008.
Renzi 2007, Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un bacio, il Mulino, Bologna 2007.
Sberlati 2006, Francesco Sberlati, La ragione barocca. Politica e letteratura nell’Italia del Seicento, Bruno Mondadori, Milano 2006.
Zinato 2003, Emanuele Zinato, Il vero in maschera, Liguori, Napoli 2003.
LO STESSO DESTINO LI ACCOMUNA. A FARLI DANNARE È UN LIBRO
1. Il libro: dalla regola alla domanda
Nella storia della cultura, come ha mirabilmente sintetizzato Ezio Raimondi, dapprima il «Libro» è una «mappa di significati simbolici definiti in anticipo», poi diventa una «totalità aperta» [Raimondi 1993, p. 109].
L’esempio forse più illustre e ricco di implicazioni storiche, di quella «mappa di significati simbolici», è nel racconto dantesco di Paolo e Francesca. Qui il «Libro» rappresenta l’inizio della tragedia umana e della dannazione eterna.
Il termine «mappa» suggerisce il valore normativo dello strumento. Che indica gli itinerari obbligatori per il viandante-lettore. Essi sono costituiti da quei «significati simbolici» che s’impongono come ponte tra mondano ed ultramondano, per passare dalla vita nel peccato alla salvezza spirituale. Non sono suggeriti ma imposti, appunto perché «definiti in anticipo».
Il momento del «Libro» come «totalità aperta» inizia con la critica al sapere astratto che chiameremo cartaceo per rimandare all’espressione galileiana di «astronomia cartacea». All’origine della modernità Raimondi [ivi, p. 105] pone una frase di «un vecchio scrittore barocco, Emanuele Tesauro», che definisce l’intelletto speculativo come «un libro animato che legge se stesso».
L’immagine speculare del libro-intelletto non è la semplice annotazione di una poetica della «meraviglia» di origine marinista, o dell’acutezza d’impronta barocca. È parte di quella «inedita planimetria suggerita dalla scienza moderna» di cui parla Andrea Battistini [Battistini 2000, p. 110]. E che porta Tesauro a scrivere: «… puoi tu conoscere quanto sia il mondo invecchiato». Tesauro intende non soltanto «un ringiovanimento del sapere» (Battistini) ma soprattutto un progresso (Raimondi) di esso [ivi, p. 110, nota 68]. Che possiamo datare a partite dal 1610 quando appare il «Sidereus Nuncius» di Galileo, di cui lo stesso Tesauro riassume le scoperte, pur senza nominarlo [Battistini 2000, p. 110]. L’opera di Galileo cambia il panorama culturale europeo perché, come scrive Francesco Sberlati, con essa «si attua una frattura epistemica destinata a durare nei secoli a venire»: «Galileo ha la capacità di riconoscere che qualcosa di nuovo è accaduto […], essendo divenute le auctoritates classiche e sacre insufficienti a spiegare l’ordine del mondo» [Sberlati 2006, p. 174]
L’approdo alla modernità, per riassumere con una formula, avviene quando si passa dalla regola imposta alla domanda circa il quid di quella stessa regola. Cade così la «verticalità simbolica del mondo antico medievale» con «l’avvento della nuova scienza» che «modifica il rapporto tra l’uomo e la natura, mentre viene meno la solidarietà tra macrocosmo e microcosmo, che dal mondo antico era passata a quello medievale» [Raimondi 2008, p. 269].
2. Un libro che porta alla dannazione
Tutta la vicenda di Paolo e Francesca parte dalla lettura di un libro, ha osservato Lorenzo Renzi nel volume dedicato alla eroina dantesca [Renzi 2007, p. 13]. Attraverso l’episodio di Francesca («peccatrice perché letterata» [ivi, p. 7]), Alighieri «rinnegava il mondo della lirica d’amore, cioè contemporaneamente la poesia e l’amore terreno», e convertendosi ritornava ai Padri della Chiesa [ivi, p. 85].
Il tema del «libro» (non dello specifico libro, il romanzo di Lancillotto, che leggono Paolo e Francesca nel momento del loro peccato), è fondamentale non soltanto rispetto alla biografia intellettuale di Dante, ma anche per i successivi sviluppi della storia letteraria, in campi lontanissimi dalle tematiche affrontate nella Commedia e nei testi ad essa collegati o collegabili.
Dante prospetta un sistema binario (da una parte vita/natura, libro/peccato dall’altra) che, con profonde differenze ed opposte connotazioni ritroviamo in Galileo, proprio nell’immagine del «libro della natura» o dell’universo, come si legge nel celeberrimo passo del Saggiatore. Il libro con Galileo non va contro la natura, perché la natura è essa stessa quel libro che diventa poi il libro di Galileo, ovvero la descrizione del libro della natura. Nel gioco delle parole si riversa il gioco delle immagini che si riflettono e si spiegano vicendevolmente.
A questo passo s’ispira anche il Torricelli delle Lezioni accademiche, con un’aggiunta ispirata ad «un’ampia variazione retorica» (Raimondi 1994, pp.24-25) che lo porta a scrivere: «l’unico alfabeto e i soli caratteri con i quali si legge il gran manoscritto della filosofia divina nel libro dell’universo, non sono altro che quelle misere figure che vedete ne’ geometrici elementi».
Ma non va dimenticato che «il decreto anticopernicano del 1616 e la condanna di Galileo del 1633 si tradussero in tutta Europa in un rincaro nelle strategie della dissimulazione e della menzogna nel’orchestrazione retorica del discorso scientifico» (Zinato 2003, pp. 7-8).
3. Il libro di Galileo ed il Libro di Dio
Il libro galileiano della natura è scritto da Dio. Ma Dio ha dettato anche il Libro per antonomasia, ovvero la Bibbia. Fra il Libro ed il libro (galileiano), non dovrebbe correre alcuna differenza, avendo entrambi lo stesso ispiratore. Ma qualcosa li separa. Il Libro è intessuto di allegorie e di storie simboliche, non è un racconto o una cronaca soltanto realistica. Basti pensare al fatto che l’immagine di Dio è originariamente non rappresentabile (come resta tuttora per la religione ebraica). Il realismo della mela non dice nulla se essa non è intesa come racconto della proibizione di mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene e del male. Un albero, questo, che non esiste nel libro galileiano, che non può essere spiegato dal principio che quel libro «è scritto in lingua matematica», con quei «caratteri» senza i quali «è impossibile a intendere umanamente parole», ed è «un aggirarsi vanamente in un oscuro laberinto».
Galileo distingue il testo sacro, il Libro appunto, dal libro della natura, non per rifiutare il primo o per sottomettere il secondo ad esso, ma per delimitare i confini della scienza. La quale è una costruzione umana, usa strumenti che rispetto all’onniscienza divina sono limitati e ai minimi termini, ma che sono assolutamente necessari non per discorrere in astratto (verrebbe da aggiungere, come fanno i teologi), ma per penetrare in concreto il linguaggio delle cose e della natura.
A questo punto potremmo (dovremmo?) anche scrivere Natura non per farne un mito (come quelli antichi del Cosmo e delle sue divinità), ma per costituire il punto fermo da cui partire per gli ulteriori sviluppi circa il discorso sul significato dell’immagine del «libro» (e non del Libro) nella letteratura prima e dopo Galileo.
4. Il libro di Galileo punito in nome del Libro
Il libro di Francesca rappresenta quel mondo della lirica d’amore e dell’ideale «cortese» che Dante vuole rifiutare non con la freddezza del giudice ma con l’umanità del poeta che si commuove sino allo svenimento davanti al racconto della giovane ravennate che tradì il marito zoppo con il cognato belloccio.
Il libro della natura ipotizzato da Galileo non è (per la cultura ecclesiastica) meno inquietante di quello che sfogliano Paolo e Francesca. Galileo volendo distinguere fra teologia e scienza, va contro la piramide dantesca che mette al vertice la teologia, che considera la scienza ancella di essa, che chiede al Libro ogni risposta. Per cui è condannato chi ha teorizzato il libro della Natura scritto in un linguaggio non simbolico, e quindi affidato alla mediazione dell’interprete ufficiale ed autorizzato, ma in un linguaggio accessibile a tutti.
Un linguaggio talmente necessario che, dice Galileo, senza di esso è «un aggirarsi vanamente in un oscuro laberinto». Di qui lo scontro inevitabile, fra Libro e libro, nonostante le premesse galileiane del loro parallelismo e dell’unica sorgente per entrambi. Di qui la condanna di Galileo nel 1633, così come Dante immagina punita Francesca eternamente con i lussuriosi che saranno sì peccatori pericolosi, ma almeno la sentenza non l’hanno ricevuta da vivi come il povero Galileo.
È con questa sentenza che si rende il Saggiatore antagonista assoluto del Libro: perché l’opera di Galileo è vista (e condannata) come il libro che parla del libro della Natura con quella novità eretica che deriva dallo strumento conoscitivo del linguaggio matematico.
La vera unica novità eretica del Saggiatore e del pensiero di Galileo sta semplicemente nel fatto che rifiuta il sapere cartaceo di chi leggeva la Natura con gli occhi degli autori antichi, e sostituisce al principio di autorità quello della «sensata esperienza».
Il «testo di Aristotile» che dice il contrario della dimostrazione «aperta e sensata», ma non per questo accettata, è principio e fine di un dogmatismo che nutre se stesso con il principio d’autorità. Allo stesso modo la Chiesa nel 1616 impone a Galileo di non professare idee copernicane e nel 1633 lo costringe ad abiurare alle proprie conclusioni scientifiche del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, perché eretiche.
È pur sempre un libro quello che rovina sia Francesca sia Galileo. Ma il libro che Galileo scrive sulla Natura ed il suo studio condanna il sapere cartaceo di altri libri, ovvero rovescia la prospettiva storica: non si pone sulla scia di altri libri perché rifiuta il principio d’autorità, ma si contrappone ad essi. E per rivendicare pienamente la sua autonomia, deve affermarla anche nei confronti del Libro, della Bibbia, come sottolinea Andrea Battistini (1986).
Bibliografia
Battistini 1986 Andrea Battistini, L'Universo che si squaderna: cosmo e simbologia del libro, in «Letture Classensi», 15, Ravenna, Longo, 1986, pp. 61-78.
Battistini 2000, Andrea Battistini, Il Barocco. Cultura, miti, immagini, Salerno, Roma 2000.
Raimondi 1993, Ezio Raimondi, La passione per il possibile: dal Libro all’Enciclopedia, pp. 105-113, in «Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008)», a cura di V. Cicala e V. Ferorelli, Bononia University Press, Bologna 2008. Il saggio è del 1993, cfr. p. 113.
Raimondi 1994, Ezio Raimondi, La nuova scienza e la visione degli oggetti, ne «I sentieri del lettore, II. Dal Seicento all’Ottocento», a cura di Andrea Battistini, il Mulino, Bologna 1994, pp. 9-60
Raimondi 2008, Ezio Raimondi, Il senso della letteratura, il Mulino, Bologna 2008.
Renzi 2007, Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un bacio, il Mulino, Bologna 2007.
Sberlati 2006, Francesco Sberlati, La ragione barocca. Politica e letteratura nell’Italia del Seicento, Bruno Mondadori, Milano 2006.
Zinato 2003, Emanuele Zinato, Il vero in maschera, Liguori, Napoli 2003.

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