Prosegue l'articolo pubblicato il 6 marzo.
Riprendiamone alcune notizie che riguardano il nostro territorio. Sono di origine pre-latina certi nomi, come quello del fiume che attraversa Bologna, l'Aposa (con l'accento sulla prima a), a cui è connesso il torrente riminese Ausa, "testimoni di un tipo denominativo ampiamente diffuso in Veneto, Friuli e in area germanica e illirica".
Sulla via Emilia che parte da Rimini, "si innestano, con un forma a pettine, una dozzina di importanti strade di provenienza appenninica, che scendono dalle valli" verso le città. Rimini è dapprima il limite dell'Aemilia. Sotto, verso Pesaro c'è la Flaminia. Poi Rimini è considerata parte della Flaminia, che da noi diventa Romagna (Romània, ovvero terra dei Romani). Le dominazioni germaniche, importanti sotto il profilo politico, non cambiano la nostra lingua, anche se lasciano numerosi toponimi: Mondaino, Montegridolfo....
Dopo il Mille la lingua colta adotta il parlar quotidiano. Negli Statuti sammarinesi ad inizio del Trecento s'incontra il divieto di mettere a mollo, "mitere ad mollum", il bucato nella cisterna pubblica. Ancora su San Marino: nel 1468 c'è una scuola pubblica per "tereri e forestieri" che insegna "letera" ovvero il latino per preparare i giovani (che pagano una tassa di frequenza) alla vita pubblica, pratica e degli affari.
Nel 1864 si registrano nella nostra regione sette "diversi popolari linguaggi", più quello di San Marino. Un capitolo è dedicato alle varietà micro-territoriali, di cui noi riminesi siamo testimoni per il fatto che ogni nostro borgo antico ha il suo modo di esprimersi.
Nella parte sui cantastorie si ricorda Giustiniano Villa (1842-1919), simbolo nelle proprie composizioni delle differenze linguistiche che derivano da quelle geografiche. Nato a San Clemente, passa dal proprio dialetto a quello di Morciano, al riminese ed infine, spiega Foresti, ad un "romagnolo" a base interprovinciale. Si ricorda poi la tradizione della "Pasquella" sopravvissuta nella "più conservativa Romagna", e tuttora attestata dalle cronache locali. Nel viaggio lungo il presente della poesia dialettale, brevi cenni riassumono le esperienza di Tonino Guerra, Nino Pedretti, Tolmino Baldassarri e Raffaello Baldini.
Nella parte linguistica vera e propria, si presentano i caratteri dei vari dialetti seguendo la geografia della regione. Qui ci si istruisce e diverte, passando in rassegna differenze e parentele, su cui riportiamo un solo esempio, la parola bambino. Che va da bambéin a babén, fangén, putìn, putèin, tabàch e burdèl (a Rimini). E, come diceva quel conte che non aveva molti soldi per saldare un debito con il contadino, "Scusate se è poco".

E ne mancherebbe anche uno: fra i "burdél" va aggiunto anche "bastèrd" (detto a Forlì, Imola, Faenza). Ciao.
Scritto da: Cristella | 27 marzo 2010 a 22:40