Fino al 30 aprile al Museo della città di Rimini si tiene una mostra intitolata "Dalla Terra al Cielo. L'osservazione scientifica attraverso gli strumenti", in occasione dei 400 anni del cannocchiale di Galileo Galilei (1564–1642). Nella mostra sono esposti alcuni antichi strumenti scientifici provenienti dalle scuole cittadine.
Una sera, si legge nelle antiche cronache, "sul finir di luglio del 1609, dalla Torre dei Due Mori nella laguna di Venezia, Galileo Galilei puntò al cielo un nuovo cannocchiale, costruito da lui stesso, molto più potente di quelli sino ad allora prodotti…”.
Nella primavera di quell'anno, Galileo si era procurato un oggetto singolare venduto nella stessa città. Era un tubo corto e con due lenti alle estremità. Esso consentiva di vedere ingranditi gli oggetti distanti. Galileo lo perfezionò in uno strumento scientifico destinato a trasformare il mondo.
Sul tema ha scritto Daniele del Giudice in "Repubblica" del 22 febbraio 2009:
"In gita a Venezia nel 1609 [Galileo] seppe di un occhiale di produzione olandese «col quale le cose lontane si vedevano come se fussero molto vicine», se lo procurò ma non lo trovò sufficiente, quelle macchine rozze gli sembravano dei giocattoli per bambini, e allora prese contatto con gli occhialai e poi con i maestri vetrai di Murano e imparò a fabbricare lenti e a combinarle tra loro nel modo più utile, sottoponendosi di buon grado ad una metamorfosi abbastanza coerente, da insegnante di matematica nell’Università di Padova — dove rimase diciotto anni, fino al 1608, insegnando con poca convinzione il sistema tolemaico — a industriale dell’ottica. Andava a fare la spesa e nella lista (come quella annotata su una lettera di Ottavio Brenzoni del 23 novembre 1609 conservata nella Biblioteca Centrale di Firenze) scriveva ceci, farro, zucchero, pepe, chiodi di garofano e cannella, e di seguito pezzi di specchio, ferro da spianare e altri materiali utili ad allestire un laboratorio ottico. Si confezionò da sé degli “occhialetti” sempre più raffinati che ingrandivano fino a venti o trenta volte più di quelli olandesi, una lente da miope per oculare e una da presbite per obbiettivo, e il telaio in legno o in pelle. Ne fabbricò in grandi quantità, così numerosi che qualche esemplare lo esportò; ne inviò uno all’Elettore di Colonia e questi, un uomo molto colto, dopo aver esclamato «Vicisti, Galilaee! » come l’imperatore Giuliano l’Apostata, lo prestò a Keplero.
Senza quel cannocchiale Keplero non avrebbe potuto osservare le ultime novità celesti. E anche Giovan Battista della Porta, che dal 1589 tentava di costruire un cannocchiale a Venezia dopo averlo teorizzato nel Magia naturalis, riconobbe la superiorità di Galileo; se il 28 agosto 1609, in una lettera all’insigne naturalista Federico Cesi che si era fatto promotore della nomina di Galileo all’Accademia dei Lincei, aveva scritto del cannocchiale: «L’ho visto, et è una coglionaria, presa dal mio libro De Refractione», l’anno seguente dichiarò ancora a Cesi che l’invenzione era sua ma Galileo «l’have accomodata e ha trovato […] gran cose che empiscono il mondo di stupore».
Galileo battezzò i suoi nuovi cannocchiali “telescopi” perché gli permettevano di vedere oggetti distanti, li puntò verso il cielo e osservò per la prima volta i crateri lunari, le stelle della Via Lattea, e nel 1610 i primi quattro satelliti di Giove, Cosmica Sidera..."
Galileo divenne celebre in tutta Europa. Ma dovette subire anche la reazione di quanti respingevano la concezione copernicana perché contraria alle affermazioni geocentriche. Il primo procedimento contro Galileo (1616) si concluse con una ammonizione. Nel 1633 invece fu condannato come sospetto di eresia e costretto all’abiura.
Abbiamo chiesto a Giulia Vannoni, insegnante e storica della Scienza, di illustrarci gli aspetti fondamentali della mostra riminese:
"Il quarto centenario del cannocchiale galileiano era troppo importante e meritava di essere celebrato. Con il cannocchiale le lenti - che esistevano già da tempo ma venivano utilizzate solo come utensili - assumono un nuovo significato: servono per indagare l'incognito, diventano un prolungamento degli occhi dell'osservatore: con il cannocchiale nasce lo strumento scientifico. Ed è per questo motivo che l'Unesco ha proclamato il 2009 anno mondiale dell'Astronomia. La nostra città, che ha dato i natali a una folta schiera di scienziati galileiani, non poteva ignorare questa ricorrenza.
Gli strumenti sono stati raggruppati in quattro sezioni: meccanica, astronomia, ottica e acustica che rappresentano i quattro settori di attività di Galileo. Buona parte delle apparecchiature provengono dal Liceo Scientifico Serpieri e sono state restaurata dal professor Carlo Maria Fabbri, scomparso lo scorso luglio. L'ultima sezione della mostra è infatti dedicata alla sua personale collezione. Assai importante è che gli strumenti si alternano a una ventina di preziosi volumi della Biblioteca Gambalunga, databili fra 1500 e 1700".
- Con quale criterio sono stati scelti questi libri?
"Guardando soprattutto a selezionare quelli più significativi rispetto al dibattito aperto dalle scoperte veicolate dagli strumenti esposti. Abbiamo inoltre concepito nove cartelloni che fanno riferimento ai risultati ottenuti da Galileo o da coloro che hanno dato i maggiori contributi ai settori della fisica presi in esame".
- Chi ha curato l'allestimento?
"Vorrei ricordare che gli studenti del Liceo Artistico hanno creato il logo - davvero molto bello - prendendo spunto da un volume del 1745, poi lo hanno sovrapposto alle lune di Galileo. Altri allievi hanno invece realizzato delle opere - i soggetti sono l'astronomia e gli strumenti scientifici - che sono esposte e ricordano al vistatore il fatto che Galileo era anche un buon pittore".
Come si legge in un comunicato ufficiale, "Rimini è stata caratterizzata da una costante attenzione verso la scienza: remote testimonianze provengono dalla domus del chirurgo e, in seguito, dalla cappella delle Arti Liberali al Tempio Malatestiano. Nella nostra città operò Ruggero Boscovich, uno dei maggiori astronomi e fisici del XVIII secolo, e va ricordata la schiera di studiosi locali di fede galileiana, fra cui spicca il medico Giovanni Bianchi, noto anche come Iano Planco, che aveva allestito nella propria abitazione uno dei musei naturalistici più importanti d’Italia e riportato in vita nel 1745, proprio a Rimini, l’Accademia dei Lincei chiusa dopo la condanna di Galileo. Nel secolo successivo, poi, il sacerdote Luigi Matteini organizzò un’altra importante raccolta naturalistica".
Alla pagina del sito del Comune-Biblioteca sulla mostra.
All'indice de "Le ombre di Galileo. La Nuova Scienza a Rimini ed in Emilia Romagna fra 1600 e 1700. Giuseppe Antonio Barbari".

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