Parole non dette o perdute nella poesia di Riccardo Bertozzi
Riccardo Bertozzi ha pubblicato una raccolta di liriche, "Gli occhi di Sonia" (ed. Giraldi, Bologna), avendo cura di premettervi un interessante "avviso dell'autore al lettore". Che non è una divagazione né una confessione "a latere" rispetto ai testi offerti. E' un semplice, onesto invito a considerare "che valore può avere la poesia" nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Queste le parole conclusive dell'avviso. Dove quasi all'inizio "mette le mani avanti" con un altro passaggio, meno personale, non autobiografico (pure nel senso esteso anche al lettore), ma rigorosamente critico: "la corsa forsennata verso l'interpretazione di un testo letterario non sempre è la giusta chiave per capirne il vero significato".
Da sempre sono convinto che parlare di poesia sia non dare giudizi, ma tentare una cronaca quanto più distaccata possibile per non ingannare se stessi, e soprattutto non misurarsi mai con le intenzioni "nascoste" dell'autore. Che in quanto tali restano inconoscibili.
Per cui su questa raccolta annoto due semplici osservazioni.
Bertozzi sa maneggiare il verso, ha un lungo tirocinio, buona esperienza, sa mettere assieme le impressioni nel racconto per immagini che hanno una loro forma precisa, direi quasi geometrica, come nella "Notte nel sobborgo"; "Nel vecchio sobborgo / il tempo si svuota... (...) Il mondo è fermo nel sobborgo. / Tempo notturno del non ritorno". (Questi versi sono più che mai adatti a comprendere quello che l'autore scrive sull'interpretazione di un testo.)
L'altro aspetto riguarda la barriere tra le parole e l'inespresso, che in "Elanor" diventa tema dominante di una ricerca la quale è anche amara confessione: "Mai ti dissi la verità nascosta", proprio mentre s'interroga: "Dove sono tutte le parole, / che allora fermavano il tempo?".

