Ho autorizzato la pubblicazione di materiale mio sul tema "Giovanni Pascoli e Rimini" in Wikipedia.
Su Giovanni Pascoli, questo link che rimanda a pagine mie da "Riministoria".
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Scritto da Antonio Montanari alle 15:39 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
È uscito il n. 1/2008 della rivista (di «illustrazione romagnola») «La Pie'», diretta da Antonio Castronuovo.
L’editoriale di Castronuovo riferisce del dibattito in corso fra i lettori circa uno «spirito spallicciano» che secondo alcuni è ritornato a guidare la rivista, mentre per altri «è andato perso nella nebbia».
Giusta appare l’osservazione di Castronuovo: «Nessuno dice cos’è lo ‘spirito spallicciano’». Per aggiungere che è molto difficile definirlo, se si conosce a fondo Aldo Spallicci.
Personalmente considero le etichette delle scorciatoie di comodo. Come le targhe stradali. Che indicano un percorso, ma non possono ricostruire le identità di chi abita in quella via.
Occorre pure prender atto di un fatto: se mai due volte la stessa acqua passa nello stesso fiume, non possiamo fidarci della nostra illusione che modi di azione e pensieri di una mente, per quanto eccelsa, possano diventare modelli perenni. Ai quali rifarsi in qualsiasi momento. Le etichette non si staccano da un periodo della storia per collocarle in altre fasi.
Castronuovo promette «a breve» un’esortazione ai lettori per «parlare tra noi del senso della cultura». Il lettore può cogliere tutto il senso del suggerimento già sin da ora, se pensa ad una provocazione intellettuale come quella di Piero Camporesi (1926-1997) a cui è dedicato un interessante dossier in questo numero della rivista.
Quel riscatto della storia “inferiore” di cui tratta Alessandro Montevecchi, suggerisce una necessità intellettuale e morale per chi ama davvero Camporesi: trasferire la sua lezione da una specie di immagine agiografica e congelata nei/dai suoi libri, ad un modello di lettura della realtà che vogliamo studiare scrivendone o scriverne studiandola (… e son due cose molto diverse fra loro).
Camporesi ha mostrato come la storia sia coralità, contesto, ambiente, non protagonismo di pochi personaggi, sulla scia di illustri ed antichi esempi che non cito per non apparire pedante.
Anche in una rivista come «La Pie'», sarebbe bello veder realizzato questo spirito di Camporesi, una specie di lanterna che illumina gli angoli periferici e trascurati della vita. Cultura dovrebbe essere questo: descrivere un paesaggio, non soltanto i pensieri di una dama che lo attraversa chiusa in una carrozza. E che qualcuno identifica con lo «spirito» di questo o quello scrittore. Anche perché da dietro lontani cespugli sbucano prima o poi inattesi personaggi per creare una scena che non si ripete mai uguale nel tempo. Possono essere banditi medievali, poveri mendicanti del Rinascimento, anarchici dell’Ottocento. Se non guardiamo le loro facce (troppo spesso condannate all’anonimato), non sappiamo nulla neppure della carrozza che arriva. E della dama che ne è trasportata.
Antonio Montanari
La foto di Aldo Spallicci è ripresa dal sito Romagnapolis.it. Lo ritrae nel 1946 a Forlì alla commemorazione di Aurelio Saffi.
Scritto da Antonio Montanari alle 17:19 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Elegante, intelligente, nuova. Ecco la guida per Rimini realizzata dal Comune a curata da Marco Morosini, con testi di Daniela Camboni.
Divertente il "lessico basic riminese" che spazia da "gnorgnia" (come questo post, forse) a "pataca". Quest'ultimo non è soltanto lo sciocco o il bonaccione di cui si parla nella guida, a mio debol parere. L'ho spiegato in un articolo del 2005, che riproduco qui sotto. Mi ha ispirato Fellini, con il suo "Amarcord".
La fenomenologia dello «zio Pataca»
In «Amarcord» è un simbolo dei violenti anni Trenta
Nel 1973 Federico Fellini rilasciava a Pietrino Bianchi, celebre critico cinematografico del quotidiano milanese «Il Giorno» un’intervista a proposito del film «Amarcord» uscito l’anno prima, e che nel 1975 avrebbe vinto l’Oscar. Quelle parole di Fellini aprono il numero 1/2005 della rivista di studi «Fellini Amarcord», che l’omonima fondazione riminese dedicata al regista pubblica trimestralmente da cinque anni. Le precedono due testi, uno del direttore della fondazione, Vittorio Boarini, e l’altro di Morando Morandini, anch’egli noto critico cinematografico. La rivista appare mentre si tiene nel Museo Fellini (sino al 28 agosto) la mostra «Amarcord. Fantastica Rimini».
Le parole confidate da Fellini a Bianchi, sono un ritratto molto efficace della vita degli anni Trenta, definiti «un mondo sbagliato, meschino, gretto e violento». Le assocerei all’osservazione che fa Morandini poche pagine prima. Quando uscì il film, Morandini non approvò la parte storica della sceneggiatura. Anzi la bocciò decisamente, definendola «fiacca e facile». Adesso per «il malinconico privilegio dell’età», Morandini ammette: «Non è escluso che le mie severe riserve sul versante storico dipendessero dalla mia memoria, storica e geografica, cioè dalle esperienze vissute a Como a metà di quegli stessi anni Trenta». Il suo «panorama di ricordi», conclude, «era assai diverso da quello del riminese Fellini».
Portavoce d’una società
Morandini segnala qui un problema che non è soltanto suo, ma generale: quello della valutazione di un film o di un racconto. E che gira attorno alla questione: come giudicare la rappresentazione dei ricordi individuali? Ed anche: sino a che punto quei ricordi restano semplicemente personali, e dove (o quando) cominciano ad essere collettivi, a confluire in una memoria di tutti? Ovvero: Fellini racconta cose soltanto sue, oppure organizza uno spettacolo in cui egli si fa semplice (ma artisticamente privilegiato) portavoce di una coralità che restituisce nelle immagini e nella sceneggiatura le trame esistenziali d’una società intera, i differenti aspetti d’un momento storico?
Morandini ricorda pure che «curiosamente» (noi ci permettiamo di aggiungere, non troppo) Rossana Rossanda sul «manifesto» era vicina al suo giudizio su «Amarcord». Lei aveva scritto che il film appariva sommesso e struggente, segreto e composto, lasciando alla fine la sensazione che non ci fosse «molto da dire».
L’uomo da poco
Dopo un anno esatto dalla presentazione, Fellini pronunciava con Pietrino Bianchi le parole che abbiamo riportato, sul «mondo sbagliato, meschino, gretto e violento» degli anni Trenta. Con quattro soli aggettivi il regista riminese spiegava molto e più di tanti studiosi e saggisti (è la tesi di Giovanni Grazzini allora al «Corriere della Sera»). Poi introduceva nell’«universo familiare» descritto, la variante del «Pataca» puntualizzando: «Pataca da noi significa un uomo da poco, un farfallone, che vive ai margini sognando cose difficili, assolutamente lontane dalle sue possibilità».
Nel film c’è appunto il personaggio dello «zio Pataca» (Lello) che non è come faceva dire Bianchi a Fellini, il «fratello del protagonista» (il padre di Titta, Aurelio), ma della mamma, Miranda. Il padre ha sì un fratello, Teo, ma è quello «matto» domato dalla suorina (ce n’era veramente una così nana, cinquant’anni fa all’ospedale di Rimini), quando in cima ad un olmo egli grida di volere una donna. La suorina gli intima in dialetto di «non fare il pataca» e di venir giù. Teo «obbedisce sollecito», come annota Tullio Kezich nella biografia di Fellini (1987).
Alle bonarie parole felliniane su Lello lo «zio Pataca», aggiungerei come leva non tanto nascosta per svelare il segreto del personaggio, un particolare che pare fondamentale per comprenderne psicologia e filosofia: è lui che tradisce il cognato antifascista presso cui vive da vitellone parassita, facendogli infliggere la lezione dell’olio di ricino.
Inquadrato nella vicenda ridicola della purificazione corporea nella bagnarola con Titta che commenta: «Che puzza!», l’episodio potrebbe rientrare nella categoria che molti critici considerarono allora fondamentale per spiegare il film felliniano, quella della «macchietta». In pochi allora compresero quanto osservò nel 1974 Oreste Del Buono, fine letterato e geniale creatore di tante iniziative editoriali: «Amarcord» fa «un discorso civile» in cui non c’è quell’autobiografismo come luogo comune e scontato di cui parlarono i «critici superficiali».
Verità ed orrore
«Discorso civile» vuol dire anche politico, secondo quanto avvertì pure, con grande sensibilità autobiografica e letteraria, Natalia Ginzburg a cui la ricostruzione degli anni Trenta fatta da Fellini aveva «dati dei brividi»: «Mai mi era successo di vedere evocati gli anni della mia giovinezza, e il fascismo di allora, con tanta verità e tanto orrore».
Il fascismo, spiegava la scrittrice (vedova di Leone Ginzburg, ucciso dalle sevizie subìte come antifascista nel 1944 a Regina Coeli), era «sordido, miserabile, atroce». Allora i giovani ne conoscevano «bene soltanto gli aspetti grotteschi, quelli tragici» li avrebbero «capìti più tardi». In questo film, concludeva Natalia Ginzburg, riconosciamo «il fascismo bevuto e respirato senza che lo sapessimo». Nel borgo di Amarcord c’era coralmente l’Italia, con un’esposizione di quegli anni che le appariva fatta «con chiarezza e grandezza».
Partendo da questo quadro così magistralmente delineato da Del Buono e Ginzburg, mi chiedo se non sia il caso di andare un poco al di là della definizione felliniana del «pataca» come «uomo da poco, farfallone o sognatore». Proprio per il contesto in cui lettori così acuti come i due appena citati collocano tutto il film, mi sembra che quel cognato nello stesso tempo indifferente e fanatico, parassita e traditore, possa anzi debba indurci a dire che il tratto psicologico dell’uomo «da poco» può veramente diventare quello dell’uomo «da niente», cioè senza moralità e dignità. La sua condotta è quella di chi in apparenza è gelido e noncurante, mentre in sostanza si dimostra una perfetta carogna. E se dal tono leggero della raffigurazione scendiamo nei labirinti della Storia, se dal grottesco ci avviamo cautamente verso il tragico, allora vengono alla mente pagine ancora peggiori di quegli anni, quando una soffiata era ricompensata con un cartoccio di sale, e ci scappava il morto, frutto ed oggetto di delazione politica.
I contorni di una parola
Alla parola «pataca» Gianni Quondamatteo dedicò nel 1982 una mezza pagina del suo «Dizionario romagnolo (ragionato)», per spiegare anche le sfumature geografiche (a Cesena essa sarebbe «greve e volgare»), e l’origine da un’antica moneta di poco valore (era di rame), secondo il classico Morri. Altrove si possono trovare esempi illustri modulati sulla «patacca», finita ai nostri giorni per indicare moneta od oggetto falso, per cui «rifilare la patacca» indica un imbroglio, e non soltanto a Roma si dice «pataccaro» l’ambulante che vende ad esempio orologi preziosi che vanno soltanto per poche ore: decenni fa a Rimini ne hanno rifilati interi camion ai turisti tedeschi.
Il contorno della parola sul quale ci siamo soffermati (omettendo altri più reconditi ed osceni significati), delinea un territorio ben preciso: nel quale non pascola la verità ma l’imbroglio, agisce più la volontà della truffa che l’intelligenza di fare uno scherzo. Dunque un territorio tutto negativo che potremmo collegare con il contesto storico felliniano, arrivando a confermare che il fratello della Miranda, è un traditore, un brutto ceffo, non una simpatica canaglia od un compassionevole illuso.
Quandomatteo elencava le possibili traduzioni della parola nell’italiano corrente, sottolineandone le «svariate modulazioni». Si va dal generoso a chi non ha reagito ad un’offesa, passando attraverso l’inetto e lo spiritoso fuori luogo. Per cui alla fine, non soltanto si conferma la regola sovrana secondo cui ogni comunicazione linguistica è in sé perennemente ambigua, ma si giungerebbe alla conclusione che prevalendo il contesto sul testo, se ne sconsiglia l’uso sia per non offendere gratuitamente sia per non correre il rischio di dire cosa inadatta, il che sarebbe un vero e proprio comportamento «da pataca».
Il parere di Moravia
Dalla rivista felliniana riprendiamo anche alcune parole di Alberto Moravia che allora (1973) teneva la rubrica cinematografica dell’«Espresso»: la Romagna che «Amarcord» racconta è «senza deformazioni satiriche e fantastiche». Ricordiamocene quando vogliamo fare del film e del suo autore i parametri intellettuali di una «riminesità» che ad esempio si riassume solitamente nel gioco degli specchietti dei soprannomi. Che fanno ridere o sorridere, ma che non debbono chiudere il discorso. Come tutti gli specchietti, attirano solamente chi vuol divertirsi con poco.
Di recente in occasione della scomparsa di Raffaello Baldini, ricordavamo che egli ha trasformato il dialetto da sottospecie letteraria a strumento pienamente degno d'entrare nelle sacre stanze della Poesia, intesa non come occasione per narrare temi scherzosi e ridicoli, ma quale modulo espressivo di umori nati dal basso e nel vivere quotidiano, per diventare alla fine la sintesi di un pensiero simbolico, e quindi filosofico, come nel Leopardi del «Canto notturno», con il «semplice pastore» che s'interroga sulla comune condizione esistenziale.
In Fellini avviene la stessa utilizzazione del tono basso, dell’immagine plebea, come scrive Grazzini: «In un calcolatissimo impasto di toni gravi e lievi, con svolte improvvise nel beffardo e nel fumetto, così ‘Amarcord’ cresce e tempera le ombre, le smargina d’ogni scoria verista e le muove nel grembo della leggenda».
«Grosso film politico»
In tale grembo lo «zio Pataca» sembra reclamare un giusto giudizio per la sua azione di delatore, protagonista non isolato di un clima ben evidente nella sequenza del grammofono che dall’alto del campanile diffonde le note dell’Internazionale. E nella scena degli oppositori portati alla casa del fascio, con la predica del gerarca paralitico: «Quel che addolora, è che non vogliano capire». Valerio Riva sull’«Espresso» sostenne che a quel punto allo spettatore, «Amarcord» appariva non più e soltanto «una antologia di ricordi» ma «un grosso film politico, il più esplicito, almeno in questo senso, che abbia fatto Fellini».
Lo zio Lello sarebbe stato collocato da Dante nella Caina (canto XXXII dell’«Inferno»), fra i traditori dei congiunti nel grande gelo che dice tutto anche a noi. Lello rappresenta una delle tre categorie umane che a nostro impavido avviso ci accompagnano nel cammino esistenziale. Le altre due sono quella alquanto rara di chi disprezza la menzogna, e in nome della verità è disposto a sopportare tutto. E quella (alquanto diffusa) di quanti per convenienza si celano nel proprio «particulare» e fingono di non vedere per non aver rogne. Anche loro tradiscono i reciproci doveri su cui si basa l’umana convivenza.
Post scriptum
Quale fondamentale premessa e conclusione ad un tempo di tutto il discorso, rinviamo al celebre saggio «Le leggi fondamentali della stupidità umana», nel volume «Allegro ma non troppo», del prof. Carlo M. Cipolla (il Mulino 1988).
Antonio Montanari
Il testo si legge anche qui.
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Il manifesto 2008 per la nostra Riviera, firmato da Marco Morosini,
ripropone la celebre "R" di Adolfo Busi del 1929.
Adolfo Busi ha lavorato per Rimini anche nel dopoguerra. Ripropongo qui le due immagini disegnate da lui nel 1951 per l'opuscolo propagandistico dell'Azienda di Soggiorno di Rimini.
L'opuscolo fu progettato da mio padre, Valfredo Montanari, che
dirigeva i Servizi di propaganda e stampa della stessa Azienda.
Mio padre giunse a Rimini nel 1930, provenendo da Riccione, dove agli inizi degli anni Sessanta gli fu consegnato un riconoscimento per l'attività svolta a favore del turismo in quel Comune.
Sul turismo riminese negli anni Cinquanta, si può leggere questo testo di mio padre (1955).
1955. "[…] Nei confronti della Riviera di Rimini, comincia, ora, il periodo, o, meglio, la fase di assestamento definitivo più delicata e più gravida di responsabilità. Il primato ch'essa ha conquistato con grandi sacrifici e con molta fatica, dev'essere mantenuto. Occorre, per conseguenza, continuare un'opera intensa e ininterrotta: ogni sosta, o qualsiasi arresto di attività, sarebbe gravemente dannoso. Il turismo è, oggi, un fenomeno di proporzioni colossali, la cui dinamica investe quotidianamente masse imponenti, le quali si orientano, in maniera prevalente, verso le zone che mostrano i segni di una vitalità costante, in rapida evoluzione, legata indissolubilmente al tempo e agli uomini. In rapporto a questo concetto, qualunque aspetto dei problemi turistici […], non può trascurare l'esigenza derivata dai progressi già ottenuti. L'esigenza medesima induce a determinare un complesso di fattori positivi, che concedono di procedere, anche arditamente, incontro a mete più significative. […] È lecito affermare, dopo aver considerato i risultati del movimento turistico, dal 1950 in poi, che la propaganda svolta dall'Azienda, in massima parte, a favore della Riviera di Rimini, è stata efficace, sia nei riflessi dell'interno, sia nei riflessi dell'estero. […] è agevole dichiarare che due fatti importanti testimoniano del valore e del carattere specifico della propaganda: 1° È stato possibile anticipare e posticipare la stagione balneare. 2° Il movimento degli ospiti stranieri, si è esteso alle frazioni di Rimini. […] L'edizione 1955 del pieghevole a colori "Riviera di Rimini", prodotta in 150.000 esemplari, è stata impiegata in una larga e razionale diffusione. Da tale quantità, ne sono residuati, a tutt'oggi circa 35.000 esemplari. […] L'Azienda non ha mai posseduto una pubblicazione a stampa, con speciale pregio grafico […], pertanto dovrebbe munirsi di una pubblicazione, cosiddetta di lusso, che arricchirebbe sicuramente le dotazioni pubblicitarie. L'Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno è l'unica in Italia, tra quelle che figurano ai primi posti della graduatoria nazionale, che sia sprovvista di una pubblicazione periodica: notiziario, giornale o rivista. […] La stampa nazionale, in particolare quotidiana e periodica, dev'essere rifornita di notizie, senza interruzione: qualcosa, a forza di insistere, apparirà, senza dubbio, nei giornali o riviste. Si tenga presente, in proposito, che anche i giornali della regione sarebbero apparsi senza cronaca di Rimini o con cronaca molto scarsa, se il servizio informazioni per la stampa dell'Azienda, da me istituito, non avesse mandato ogni giorno, ai corrispondenti locali, varie, apposite notizie-stampa. Nessun'altra spiaggia della Romagna, infatti, ha informato quotidianamente, come ha fatto Rimini, anche a mezzo di brevi comunicati, i lettori della regione sull'attività turistica stagionale. […] Le manifestazioni. […] ne occorrono di buone e di meno buone; di belle e di meno belle; di grande risonanza e di tono eccezionale. Il pubblico degli ospiti vuole sapere, quasi tutti i giorni, se v'è qualcosa di diverso a Rimini. Nella Riviera di Rimini, inoltre, ci si deve preoccupare delle manifestazioni per i periodi di bassa stagione. Gli stranieri che affollano le nostre spiagge in tali periodi, chiedono sempre che cosa si offre loro durante il soggiorno climatico e balneare. […] L'ambiente ospitale. Il tema invade il campo dell'attività comunale e dell'Azienda di Cura e Soggiorno oltre che dei privati; è un tema, cioè, senza termini di confine o di competenza, a causa della sua portata e del suo interesse veramente grandioso. […] 1. I servizi di nettezza urbana sono deficientissimi; specie nei periodi di bassa stagione (aprile e maggio) la nettezza urbana non funziona assolutamente. Tra Comune e Azienda dovrebbe intervenire una speciale convenzione, per assicurarsi il servizio di nettezza urbana anche nei periodi di bassa stagione, e per garantire un adeguato servizio effettivo negli altri periodi stagionali. Sono già noti i reclami degli stranieri venuti a Rimini nella primavera scorsa. 2. […] A oltre metà del mese di luglio, il diserbamento non aveva ancora toccato il centro balneare. 3. La tenuta dei viali e delle strade, in genere, ha dato luogo a moltissimi rilievi. […] 5. Viene lamentata la mancanza di frequenti zone di verde. […] 8. La pulizia della spiaggia, in vari periodi, ha dato origine a critiche poco benevoli. […] 11. Il traffico e i rumori molesti, sono stati oggetto di vivaci, costanti lagnanze. […] La mia Ripartizione ha avuto, quest'anno, un impiegato in meno, mentre le altre hanno usufruito, benché l'organico sia abbondante, di personale straordinario. […]". [Relazione del 26 settembre 1955]
Scritto da Antonio Montanari alle 17:17 | Permalink | Commenti (2) | TrackBack (0)
Ho avviato una nuova sezione del blog, dedicata agli "Scrittori riminesi".
L'indice si trova in questa pagina.
Fonte della foto, Comune di Rimini.
Scritto da Antonio Montanari alle 11:24 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
L'editore Bruno Ghigi nel 1995 ha presentato la ristampa anastatica di una Guida illustrata di Rimini apparsa nel 1893, la cui storia è ripercorsa in un saggio introduttivo di Anna Falcioni. Iniziata da Luigi Tonini (morto nel 1874), come ampliamento dell'edizione più ridotta del 1864, essa fu portata avanti da suo figlio Carlo in due tempi: nel 1879 esce a 177 pagine, con i dovuti aggiornamenti, ed infine nel 1893 con le quasi 300 pagine che oggi possiamo rileggere.
Il resto dell'articolo si legge in questo blog alla pagina:
Rimini di Luigi e Carlo Tonini
Alla biografia di Luigi Tonini in questo blog.
All'indice degli "Scrittori riminesi" in questo blog.
Scritto da Antonio Montanari alle 19:04 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Luigi Tonini nasce a Rimini il 4 febbraio 1807. A 16 anni, perde entrambi i genitori, Francesco e Lucrezia Pedrizzi. Studia prima a Rimini e poi a Bologna, dove si iscrive alla facoltà di legge, dopo aver frequentato fisica e filosofia morale.
Ha una buona cultura. Si è formato un bagaglio tradizionale, in cui si mescolano retorica, logica e geometria, secondo i 'piani di studio' del tempo.
A 18 anni, ha compiuto un corso di istituzioni civili presso l'avv. Luigi Pani, che fu anche gonfaloniere (cioè sindaco) di Rimini. Prima di conseguire la laurea in legge, si è erudito nella lingua greca che va molto di moda in quel periodo pieno di echi classici.
A 23 anni, si sposa con Anna Bresciani, da cui avrà undici figli. Insegna diritto nel Ginnasio della nostra città. Presso la biblioteca Gambalunghiana è coadiutore dei direttori Luigi Nardi ed Antonio Bianchi.
Bianchi, originario di Savignano, dove è nato nel 1784, muore nel 1840: fu epigrafista e numismatico, le sue raccolte di iscrizioni si conservano manoscritte alla Gambalunghiana, ove la sua carica era durata soltanto tre anni.
Il testo prosegue nella pagina dedicata a Luigi Tonini. Testo di Antonio Montanari
All'indice "Scrittori riminesi" in questo blog.
Alla pagina dedicata alla "Guida di Rimini" di Luigi e Carlo Tonini in questo blog.
Bibliografia essenziale
N. Matteini, Rimini negli ultimi due secoli; G. Rimondini, A pubblico e proprio decoro; P. Rufa, Rimini stradario guida.
Fonte foto: antico.comune.rimini.it.
Scritto da Antonio Montanari alle 16:55 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
