Una delle più appassionate discussioni tenutesi di recente in città, riguardava l'identità di Rimini. Insomma, per la serie «Chi siamo, dove andiamo», molti sono intervenuti sostenendo tutto ed il contrario di tutto.
Si è partiti dall'influsso dei segni astrologici e da una querelle protrattasi ufficialmente dal 1613 al 1623 per stabilire se la città dovesse essere posta sotto il segno del Cancro o dello Scorpione. Il segno dello Scorpione è stato scelto alla fine dal segretario comunale. Quando si dice il potere della burocrazia...
Si è poi passati quasi inavvertitamente attraverso le vicende dell'Ottocento, soprattutto pensando alla nascita del turismo in età papalina, per arrivare in conclusione a (indovinate un po'), sì proprio a lui a Federico Fellini.
Del quale in città si è detto sempre molto a vanvera, per cui dovrebbe nascere un Ente di tutela del vero pensiero felliniano, allo scopo di evitare le (inevitabili) sofisticazioni del mercato delle sue idee.
Certo è che Fellini quando era vivo, era snobbato dai concittadini. Adesso è diventato una gioiosa macchina d'affari che lavora benissimo, e che serve altrettanto benissimo al nome di Rimini in campo turistico.
Ma occorrerebbe che gli interpreti non ufficiali ci andassero piano a tirarlo in ballo ad ogni piè sospinto, come chiave universale per spiegare ogni fenomeno esistente e tutta la realtà del presente, passato e futuro di Rimini.
La Rimini all'inizio del secolo XXI non ha scene divertenti come in «Amarcord» con i sultani accompagnati da una cinquantina fra dignitari, favorite, eunuchi e servitori: «grasso che cola per Federico Fellini», ha commentato Sergio Zavoli in un articolo del 25 ottobre 2004, a testimoniare ed a confermare che nulla di crea e nulla si distrugge, a Rimini, se non passa attraverso la macina e la bacchetta magica del regista dei «Vitelloni».
I problemi sono tanti, e diversi perché il mondo cambia, oggi non ricchi sultani ma poveri «extracomunitari», come li definisce la legge, arrivano da noi a chiedere, bussare, e talvolta ad inquietare il sentire comune.
Davanti alle situazioni nuove che si creano (non c'è spazio qui neppure per elencarle), chiedersi se esista ancora un'identità riminese, rassomiglia tanto all'operazione astrologica del 1613 quando il dilemma riguardava il segno sotto cui considerare posta la città.
Con una piccola differenza, che oggi per sapere qualcosa del futuro di Rimini, bisognerebbe rivolgersi non agli astrologi ma ai maghi del cemento, i cosiddetti palazzinari. Loro sì che sanno come andrà a finire.


La mia Rimini.
La Rimini del traffico impazzito, del cemento selvaggio, dei 'suk' carichi di cianfrusaglie, del 'tirare a far legna', delle balle:no, non ne voglio parlare, è un punto dolente, un nervo scoperto.
La mia Rimini, la città dell'immaginazione, con il suo cuore antico perché è il luogo dei mie Penati domestici, la città del mare e di quei due o tre luoghi pregevoli, la meraviglia del Duomo: forse una visione che non esiste.
Allora, cosa esiste, di Rimini, a renderla reale, luogo identitario, riferimento, appartenenza?
Provo a scegliere, a discriminare e rimane un piccolo manipolo di ottime persone, alcune chiuse in penombra, in una loro modestia. Persone chiare, leali, libere di mente e con cui mi sento io stessa libera, alcuni degni di collocazioni culturali 'metropolitane'. Nomi, cognomi, indirizzi.Molti non ci sono più e nessuno li nomina.
Quasi tutti destinati ad essere dimenticati dalla propria città-madre.
Scritto da: Anna Rosa Balducci | 22 dicembre 2007 a 19:58