Potete scaricare il mio testo
Anni Cinquanta
I giorni della ricostruzione
visti da un bambino.
1948-1953
pubblicato nel 1995, cliccando qui.
Auguri e buona lettura.
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Anni Cinquanta
I giorni della ricostruzione
visti da un bambino.
1948-1953
pubblicato nel 1995, cliccando qui.
Auguri e buona lettura.
Scritto da Antonio Montanari alle 17:48 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel Carlino per me sono stati fondamentali.
Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.
Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
Lo ricordai sul web con queste righe.
Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo.
Ciao, Gianni
Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant’anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
C’era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c’era andato così, per sport.
Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l’unico errore della sua vita.
Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
Nel gennaio del ‘67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del ’900. Ciao, Gianni.
Scritto da Antonio Montanari alle 18:32 | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)
Tag Technorati: amedeo montemaggi, gianni bezzi, il resto del carlino, rimini
Una delle più appassionate discussioni tenutesi di recente in città, riguardava l'identità di Rimini. Insomma, per la serie «Chi siamo, dove andiamo», molti sono intervenuti sostenendo tutto ed il contrario di tutto.
Si è partiti dall'influsso dei segni astrologici e da una querelle protrattasi ufficialmente dal 1613 al 1623 per stabilire se la città dovesse essere posta sotto il segno del Cancro o dello Scorpione. Il segno dello Scorpione è stato scelto alla fine dal segretario comunale. Quando si dice il potere della burocrazia...
Si è poi passati quasi inavvertitamente attraverso le vicende dell'Ottocento, soprattutto pensando alla nascita del turismo in età papalina, per arrivare in conclusione a (indovinate un po'), sì proprio a lui a Federico Fellini.
Del quale in città si è detto sempre molto a vanvera, per cui dovrebbe nascere un Ente di tutela del vero pensiero felliniano, allo scopo di evitare le (inevitabili) sofisticazioni del mercato delle sue idee.
Certo è che Fellini quando era vivo, era snobbato dai concittadini. Adesso è diventato una gioiosa macchina d'affari che lavora benissimo, e che serve altrettanto benissimo al nome di Rimini in campo turistico.
Ma occorrerebbe che gli interpreti non ufficiali ci andassero piano a tirarlo in ballo ad ogni piè sospinto, come chiave universale per spiegare ogni fenomeno esistente e tutta la realtà del presente, passato e futuro di Rimini.
La Rimini all'inizio del secolo XXI non ha scene divertenti come in «Amarcord» con i sultani accompagnati da una cinquantina fra dignitari, favorite, eunuchi e servitori: «grasso che cola per Federico Fellini», ha commentato Sergio Zavoli in un articolo del 25 ottobre 2004, a testimoniare ed a confermare che nulla di crea e nulla si distrugge, a Rimini, se non passa attraverso la macina e la bacchetta magica del regista dei «Vitelloni».
I problemi sono tanti, e diversi perché il mondo cambia, oggi non ricchi sultani ma poveri «extracomunitari», come li definisce la legge, arrivano da noi a chiedere, bussare, e talvolta ad inquietare il sentire comune.
Davanti alle situazioni nuove che si creano (non c'è spazio qui neppure per elencarle), chiedersi se esista ancora un'identità riminese, rassomiglia tanto all'operazione astrologica del 1613 quando il dilemma riguardava il segno sotto cui considerare posta la città.
Con una piccola differenza, che oggi per sapere qualcosa del futuro di Rimini, bisognerebbe rivolgersi non agli astrologi ma ai maghi del cemento, i cosiddetti palazzinari. Loro sì che sanno come andrà a finire.
Scritto da Antonio Montanari alle 17:51 | Permalink | Commenti (2) | TrackBack (0)
La pagina della BBC che parla della Domus del chirurgo di Rimini
Anche il Daily Telegraph se ne è occupato ampiamente: «Roman ruins cast new light on a trip to doctor».
Per dimostrare come la notizia abbia fatto il giro del mondo, riportiamo dei link indiani:
http://www.hindu.com/2007/12/10/stories/2007121057822200.htm
http://in.news.yahoo.com/071209/139/6o81o.html
http://news.webindia123.com/news/Articles/India/20071209/844542.html
http://www.topnews.in/what-trip-doctor-would-have-been-roman-times-28671
http://www.zeenews.com/znnew/articles.asp?aid=412472&sid=FTP&sname=&news=Roman%20medical%20implements%20found
http://www.newkerala.com/one.php?action=fullnews&id=942
http://www.aol.in/news/story/2007120902289026000012/index.html
http://www.dailyindia.com/show/198280.php/What-a-trip-to-the-doctor-would-have-been-like-in-Roman-times http://www.andhranews.net/Technology/2007/December/9-What-trip-doctor-25508.asp
Scritto da Antonio Montanari alle 17:27 | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)
Scritto da Antonio Montanari alle 19:09 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
"Il registro della spia. Le molte vite della professoressa Tina Crico" è il libro del prof. Federicomaria Muccioli, ed. Panozzo, che sarà presentato dalla scrittrice Lia Celi, sabato 15, ore 15.30, presso la sede della Provincia, Corso d'Augusto 231, Sala del Buonarrivo.
L’argomento è una storia vera, una spy story ambientata tra l’epoca del ‘massimo consenso’ al fascismo e il secondo conflitto mondiale, con conseguenti strascichi nel dopoguerra.
Protagonista è la professoressa Tina Crico, insegnante di materie letterarie al Ginnasio Superiore di Rimini (e al Liceo Scientifico) nel 1938-1939 e poi in altri istituti d’Italia.
Era una donna brillante, moderna e lontana dalle convenzioni, che inseguì i suoi ideali scegliendo di cambiare vita e identità.
Entrata nell’Intelligence Service inglese, divenne una figura di spicco tra gli agenti segreti al servizio di Sua Maestà, compiendo diverse missioni in Italia (alcune delle quali a San Marino, Rimini e Forlì, tra il 1942 e il 1944).
Attraverso documenti inglesi e americani, inediti o recentemente desecretati, Muccioli ricostruisce le vicende di Tina Crico, alias Roxane Pitt (pseudonimo con cui scrisse fortunati libri di memorie, cancellando o riscrivendo parte del suo passato, in particolare gli anni del ventennio fascista).
Il risultato è il ritratto di una donna oggi ingiustamente dimenticata, ma che può essere definita a buon diritto uno dei personaggi più misteriosi e interessanti del Novecento italiano ed europeo.
L'autore, Federicomaria Muccioli (1965, Rimini), già docente di materie letterarie al locale Liceo Classico "G. Cesare", dal 1998 è ricercatore di Storia greca all'Università di Bologna ed autore di importanti saggi storici.
Si occupa di tiranni siciliani (Dionisio II. Storia e tradizione letteraria, Bologna 1999), di biografia antica (edizioni delle plutarchee Vite di Dione e di Lisandro per la BUR), di regalità ellenistica, ma anche di tradizione dell'antico presso la corte malatestiana di Rimini ("Le epigrafi gemelle in lingua greca del Tempio Malatestiano", in "Templum mirabile", Rimini 2003).
Riproduco dal mio volume «I giorni dell'ira» (1989) la parte del cap. IX. L bombe inglesi, in cui ho parlato di Albertina Crico, alias Roxane Pitt.
«Dunque, le notizie giunte agli inglesi sull’occupazione di San Marino già dal febbraio ’44, più che informazioni sballate di qualche agente segreto in vena di errore, sono il frutto di un ragionamento politico, molto duro com’era nello stile dell’Intelligence (il servizio segreto) inglese, ma con una sua logica ferrea che poggiava su dati di fatto inoppugnabili: la facilità con cui le spedizioni punitive di fascisti e tedeschi avvenivano sul Titano. Inoltre, ai servizi segreti inglesi risultava già da tempo che San Marino era un covo di spie.
Una di loro, Roxane Pitt, ha scritto in un suo libro, La spia timida, Longanesi editore, che nel ’43 "San Marino era piena di gente che per poche lire vendeva informazioni militari sia da parte alleata sia dell’Asse". La Pitt vive a Rimini tra la fine degli anni Trenta ed il tempo della seconda guerra mondiale. Si presenta come la professoressa Albertina Crico. Insegna lettere italiane allo scientifico Serpieri ed al Ginnasio. Nel 1939 il suo nome appare tra i commissari d’esame dei ludi della Gioventù italiana del Littorio della nostra città.
Il volume, che ha come titolo originale Il coraggio della paura, racconta l’avventura di Roxane Pitt a Rimini ed a San Marino: lei si era sostituita ad una sorella, sposatasi con un ufficiale italiano poi disperso in Russia, e scomparsa a sua volta in un campo di concentramento nazista. Un suo ex alunno mi ha testimoniato: "Era giovane, bella, disinvolta, elegante e sempre ben pettinata. Alloggiava all’albergo Aquila d’oro, il più grande e lussuoso in centro, a quell’epoca. È stata mia insegnate dell’anno scolastico 1938-39. Era preparata, disponibile con gli alunni, non eccessivamente esigente. Ci affascinava per quel suo apparire molto moderna: anche oggi, una donna come lei, si noterebbe. Non mi pare che ci parlasse del fascismo con molta convinzione: né poteva essere diversamente, pensando alla sua storia. Ho il ricordo di qualche insegnante fascista convinto, ma non certo la Crico era tale".
A San Marino (ha scritto la Pitt) giungevano profughi jugoslavi, ribelli albanesi, "o che so io", tutte persone che "in realtà erano per la maggior parte spie pagate dalla Germania e persino, per quanto allora mi sembrasse incredibile, dalla Russia. Chiacchieravano tutti senza ritegno...", e lei stessa poteva così raccogliere sul Titano le notizie che passava poi all’Intelligence Service.
Agli occhi inglesi San Marino appariva come un centro di per sé importante, non solo per posizione strategica, ma anche per quel suo ondeggiare tra neutralità richiesta agli anglo-americani, e passività dimostrata nei fatti verso nazisti e fascisti di Salò. Il bombardamento del 26 giugno, più che frutto di un errore, fu la conseguenza di un disegno politico e militare ben preciso: tagliare i ponti tra San Marino e quei confinanti dimostratisi così invadenti.»
Scritto da Antonio Montanari alle 16:40 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Scritto da Antonio Montanari alle 15:47 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
La scheda storica composta dall'archeologo
Jacopo Ortalli, docente all'università di Ferrara, e riportata in un mio precedente post di questo blog, è stata pubblicata in un opuscolo («La “domus del Chirurgo” e gli scavi archeologici di piazza Ferrari») che è distribuito in omaggio ai visitatori o a chi ne faccia richiesta in loco od al Museo della città.
Scritto da Antonio Montanari alle 15:37 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Rimini al 28esimo posto su 53, nella classifica delle località "da non perdere" in tutto il mondo.
Questa classifica si legge sul «New York Times» nella sezione dedicata ai viaggi.
Di Rimini è stato scritto: «Rimini's nine-mile stretch of sand along the Adriatic Coast once attracted holiday crowds. But the birthplace of Fellini has been reborn as Italy's bling party capital, drawing style-conscious Romans to its raging club scene, cool boîtes and designer hotels, most notably the new DuoMo hotel (www.duomohotel.com) designed by Ron Arad. (Compiled by DENNY LEE. Published: December 9, 2007)».
Scritto da Antonio Montanari alle 15:32 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Se ne è andato venti anni fa, Davide Minghini.
Per cinquant’anni era stato il fotoreporter di Rimini, l’occhio attento ed affabile di una città, che lui ha raccontato da grande artista. Sempre presente, con una pazienza certosina sapeva essere disponibile e gentile con tutti. Aveva anche documentato il lavoro del suo amico Federico Fellini sul set di Amarcord, con riprese che furono conosciute non soltanto in Italia.
L'anniversario del doppio decennale della scomparsa di Minghini, è celebrato dalla Biblioteca Comunale e dalla Banca Carim con un volume intitolato «Fotografie dalla Romagna (1958/1963)».
Sono le immagini che appunto nel 1963 corredarono un testo ormai classico di Nevio Matteini, «Romagna» (ed. Cappelli), uno studioso che tanto ha fatto per Rimini. Ma la città lo ha dimenticato. L'occasione di quest'anno poteva essere propizia per celebrare (con o attraverso Minghini) anche la passione e l'intelligenza di Nevio Matteini che dedicò a Rimini tutte le sue energie. Come l'amico Minghini.
Ripubblico qui due miei testi in cui parlo di Davide Minghini.
Il primo è del 15.09.2003. Il secondo del 30.10.2003.
Tatarcord? La Rimini di Davide Minghini
Le sue foto in mostra al Palazzo del Podestà
Per Rimini e buona parte del territorio che circonda la nostra città, Davide Minghini è stato lungo molti lustri la memoria visiva che ha registrato con accuratezza non soltanto i grandi fatti, ma pure i segni dei mutamenti, che avvenivano in maniera apparentemente lenta, d'una società e d'una civiltà (se la parola non suona troppo grossa, come spero).
Dirlo fotografo significa solamente collocare un'indicazione utile come può esserlo qualsiasi cartello stradale, dove leggiamo il nome di un palazzo, e non ne troviamo spiegata la storia. Cronista del suo tempo, di quel fluire delle vicende collettive e delle singole persone, il suo progetto fu forse ambizioso nell'accumulo dei materiali, ma non arrogante perché in Minghini prevalevano la cortesia sincera e la fatica umile di chi, con la certezza dell'onesto lavoro quotidiano, andava in silenzio testimoniando ai posteri le mille facce della realtà.
L'artigiano
e il tecnico
Adesso che la preannunciata mostra curata dall'Archivio fotografico della Biblioteca Gambalunghiana (dal 25 ottobre al 30 novembre al Palazzo del Podestà), ci offre l'occasione di ripensare a questo impareggiabile artista che aveva la costanza di un artigiano ottocentesco e l'arguzia di un tecnico alle prese con gli strumenti tecnici più moderni, alla mente ritornano tanti episodi che risalgono sino ad oltre quarant'anni fa.
Di quegli anni Sessanta del secolo scorso, Minghini (scomparso nel 1987) ha raccontato le mille facce: un turismo confermato ai suoi livelli internazionali, una città in crescita (sempre affannosa e urbanisticamente confusa), un angolo di pigra provincia invernale che poi tutt'ad un tratto ebbe i primi sussulti, mostrò i segnali che «il mondo stava cambiando», mentre ancora molti, forse troppi, non se ne volevano accorgere.
Dai vitelloni
alla contestazione
Quel decennio vide passare la città dal sonnolento tran-tran (che sotto certi aspetti doveva per forza richiamare alla mente le immagini dei «Vitelloni» felliniani), agli scossoni della «contestazione generale» che faceva uscire gli studenti dalle aule scolastiche nelle strade dove si consumarono i primi rivolgimenti delle «verità» universalmente accettate.
Un giorno arrivò una troupe televisiva (c'era soltanto la Rai, allora) guidata da Sergio Zavoli (eravamo forse ancora nel 1967, o pochi mesi dopo), per realizzare all'Arengo una trasmissione sul rapporto fra padri e figli. Ad un certo punto Zavoli fu costretto a riprendere il lavoro dall'inizio perché alla dichiarazione di una ragazza sulle difficoltà di dialogo incontrate in famiglia, aveva fatto sèguito l'accesa risposta della madre che, sentendosi offesa, assicurò la sua bambina: «Con te, i conti li facciamo poi a casa».
«Rimini
da salvare»
Proprio prima che la «contestazione generale» attirasse l'attenzione altrettanto generale della gente, cogliendo di sorpresa più gli ambienti che si consideravano progressisti di quelli tranquillamente reazionari (i quali aspettarono, e trovarono facilmente, le occasioni per menare le mani ed usare i bastoni non soltanto in città), con Minghini organizzai un servizio che aveva per tema la «Rimini da salvare».
La prima puntata apparve il 20 novembre 1968 sul periodico cittadino «Il Corso», diretto dall'indimenticabile amico Gianni Bezzi. La settima ed ultima puntata fu pubblicata il 30 gennaio successivo, con la promessa d'una continuazione che non ci fu. In quei giorni lasciai «Il Corso», intravedendone l'imminente chiusura, e tutto finì lì.
Da Piero Meldini e da Oriana Maroni che cura la mostra su Minghini, ho appreso che in essa sarà presentata una sezione chiamata appunto «Rimini da salvare». Poi Francesca Sancisi, per conto della Gambalunghiana, mi ha chiesto notizie su quell'iniziativa giornalistica e sul materiale che sarà ospitato al Palazzo del Podestà.
Non conosco quante siano state le foto archiviate da Minghini sul tema (od esposte ora), ma soltanto quelle che mi passò per la pubblicazione. Quindi non posso che ricordare due aspetti: le intenzioni mie nel formulare il progetto dell'inchiesta (che non ho avuto voglia di rileggermi), ed il senso della collaborazione con Minghini (argomento che stava in particolare a cuore a Sancisi).
A Minghini suggerivo i temi che dovevano essere illustrati, e lui li traduceva in riprese sempre accurate e perfette, con suggestivi scorci che, a distanza di tanti anni, non hanno perso nulla della loro eleganza formale e del contenuto informativo.
Tra le 'cose' da salvare che elencai allora, c'era ovviamente l'arco di Porta Montanara (destinato proprio adesso al ritorno in via Garibaldi), che era stato inizialmente collocato in terreno comunale (ex area museale prebellica) e che dopo la costruzione del mercato coperto «San Francesco» venne attraversato da un piccolo «muro di Berlino» che divideva il luogo pubblico del mercato stesso dalla proprietà privata della Curia.
Che dalla nostra inchiesta del 1968 alla sistemazione dell'arco di via Garibaldi siano passati tranquillamente 35 anni, significa che le nostre intenzioni di allora non approdarono a nessun risultato? Allora non c'era nella classe politica molta sensibilità verso questi aspetti della cultura monumentale. Vennero successivamente, come ho spiegato a Francesca Sancisi, momenti duri, con problemi gravi: dalla contestazione alle questioni sindacali, al terrorismo. Da salvare c'era la pelle, non le mura malatestiane vicino alla Madonna della Scala (come fu fatto in anni successivi).
Il mistero
dei teschi
Rispolverando le vecchie pagine del «Corso», proprio a fianco della prima puntata del 20 novembre 1968, ho riletto soltanto un corsivo che d'altra parte ricordavo alla perfezione.
In breve. Durante i primi lavori di restauro a Castel Sismondo, erano stati rivenuti teschi in gran numero, ammassati poi in un ampio scatolone. Passando nei pressi della rocca diedi un'occhiata, vidi aperto il misterioso e macabro contenitore, poi andai di corsa da Minghini. In studio non c'erano né lui né il suo operatore Guido Marchioni (anch'egli ottimo fotografo). Ritorno quindi al Castello per prendere un appuntamento. Mi spiegano che su quei teschi c'è l'ipoteca di un'esclusiva della Rai che deve scendere da Bologna.
Noi abbiamo fatto in tempo ad uscire il 20 novembre 1968 con la notizia di quell'assurda esclusiva, senza veder nulla nei tigì di Mamma Rai. Sono poi trascorsi trentacinque anni e del ritrovamento di Castel Sismondo non si è avuta più alcuna notizia.
Perché, lo ignoro. Spero che ci sia qualche esperto di buona memoria, capace o desideroso di chiarire questo episodio, in mezzo ai tanti che s'appassionano in città alla materia.
In Romagna
con Matteini
Quando all'inizio di queste righe ho parlato dei segni della nostra società e civiltà registrati sulla pellicola da Minghini, non pensavo soltanto alle immagini giornalistiche ma soprattutto a quelle che, ad esempio, costituiscono il filone narrativo visivo della «Romagna» con testi di Nevio Matteini, volume edito da Cappelli di Bologna proprio quarant'anni fa. La differenza con il nostro vivere quotidiano attuale, lo dimostrano le foto con i relativi commenti: il gregge condotto da un bambinetto sul greto del Marecchia («Immagine bucolica» recita la didascalia: e sembra un olio ottocentesco), oppure quattro diversi filari testimoni della «stessa serena quiete» della nostra terra.
Introvabili se non nella memoria, sono i momenti delle donne al nostro lavatoio pubblico. Oppure le carrozzelle in fila alla stazione, già avvertite allora come «memorie di un tempo che scompare».
Una volta Davide Minghini, che era stato anche a ritrarre il set felliniano d'«Amarcord», organizzò una mostra il cui titolo era veramente, come suol dirsi, tutto un programma: «Tatarcord?». Questa rassegna postuma al Palazzo del Podestà aiuterà a rinfrescare le nostre memorie individuali e comuni, per chi ha vissuto quegli anni, con lo spirito di quel titolo.
E per chi allora non c'era, sarà occasione di scoprire frammenti d'una recente archeologia sociale per la quale il sottoscritto, contrariamente a quanto accade di solito in chi ha superato la sessantina, non nutre intimamente alcun rimpianto. E spiegarne il perché sarebbe ora troppo lungo. E forse non ne sono neppure capace, a causa dell'avanzare dell'età. Confido tuttavia nell'aiuto disinteressato (?) di qualcuno di quei numerosi spiriti concittadini, superbamente colti e sommamente eruditi, che tutto sanno e tutto amano fare, compreso l'interpretare ex cathedra il pensiero altrui ancorché non espresso.
Quella Rimini di «Foto Minghini»
Per le «Immagini dall’archivio» anche un ricco catalogo
Per la mostra «Davide Minghini fotografo in Rimini, immagini dall’archivio» (Palazzo del Podestà, piazza Cavour, sino al 30 novembre), Oriana Maroni con la collaborazione di Nadia Bizzocchi ha progettato e realizzato un prezioso catalogo che non soltanto illustra l’attività dell’indimenticabile cronista ed artista dell’obiettivo, ma racconta una fetta di storia cittadina, anche attraverso i numerosi scritti dovuti a ben quindici autori di diversa specializzazione.
Minghini nasce a Rimini nel 1915, figlio d’arte. Suo padre Gualtiero è titolare di uno studio fotografico in via Garibaldi. Chiamato alle armi, è assegnato al Reparto foto-cinematografico dell'Aeronautica militare di stanza a Roma. Nella capitale dopo il congedo s’impiega come fotoreporter nell'agenzia giornalistica fondata dal giornalista e scrittore riminese Giuseppe Massani. Nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, è richiamato al Reparto foto-cinematografico, e lavora con le squadre che operano sul Mediterraneo.
Rientrato a Rimini dopo l'8 settembre, si associa al fotografo Ulisse Conti e comincia ad esercitare la professione facendo ritratti ai soldati alleati che hanno liberato la città. Nel 1947 apre il primo studio in proprio, in corso D'Augusto 53. Nel 1955 inizia a collaborare con il quotidiano bolognese «il Resto del carlino» che ha una redazione locale. Per l'Azienda di soggiorno produce nel 1963 e nel 1964 due diverse edizioni di un cortometraggio a colori intitolato «Rimini riviera», presentato con successo in manifestazioni turistiche internazionali. Nel 1971 si tiene la sua prima mostra personale nel Palazzo del Podestà, a cui seguono nel 1973 «Minghini e l'Amarcord di Fellini» e nel 1983 «Tatarcord. Percorsi felliniani nelle immagini di Minghini».
Muore a Rimini il 7 novembre 1987. La moglie, signora Tina Brigliadori, nel 1995 ha consegnato alla Città tramite la Biblioteca Gambalunga l'immenso patrimonio di immagini prodotto dal consorte dal dopoguerra sino agli anni Ottanta. Si tratta di mezzo milione di immagini, ora in corso di catalogazione.
Diario sentimentale
La mostra attuale è un primo assaggio di quell’archivio, che la stessa Gambalunga ha voluto offrire ai concittadini, tralasciando la parte della cronaca giornalistica, e soffermandosi invece «sullo sguardo più libero e spontaneo dell’autore». Le sezioni sono due, una intitolata «Diario sentimentale di un riminese», e l’altra «Per il film» che per antonomasia è l’«Amarcord» felliniano, racconto fra realtà e fantasia del mondo riminese anteguerra.
In questa seconda sezione ci sono anche numerosi scatti che ritraggono i volti di alcuni riminesi, tra cui (a pag. 160, terza immagine dall’alto) la signorina Matteini che nel film doppia la voce dell’attrice che impersona «la Dora» nella scena del passaggio sul corso d’Augusto della carrozza con le «sue» ragazze. La Matteini era conosciuta a Rimini per essere stata la cassiera del Supercinema (ex Cinema Savoia). Abitava nel Borgo San Giovanni, lato monte, e trascorreva negli ultimi anni interi pomeriggi dietro la finestra del suo salottino che s’affacciava sul marciapiede, a vedere passare la gente.
Per chi coltiva la passione delle memorie cittadini suggeriamo, oltre ovviamente a visitare la mostra, anche di leggere il catalogo apparso per le edizioni dell’Istituto dei Beni Culturali regionali di Bologna, con il contributo della Fondazione Carim di Rimini. Vi si troverà una serie di pagine interessanti: ora commosse ora ironiche, altre volte saggistiche. Ognuno potrà secondo le proprie preferenze personali soffermarsi di più su questo o quell’autore. Al cronista tocca il compito non di dare voti o di esprimere gusti soggettivi, ma di segnalare il risultato globale di un’impresa che, alla accuratezza scientifica delle descrizioni e delle catalogazioni, accompagna i tratti elegantemente letterari di prose costruite con una chiarezza non sempre espressa in simili imprese.
Un nomade frenetico
Oriana Maroni ben coglie i tratti distintivi della personalità di Minghini, costretto «a un nomadismo continuo, a una frenesia operativa che diviene la dote vincente per quella che da subito si rivela la sua grande aspirazione: la foto di cronaca». Riservato e discreto, aggiunge, non ha nulla del paparazzo convenzionale: «A lui, uomo della conservazione, si rivolgono le istituzioni pubbliche locali» di Sinistra, mentre lavora per il quotidiano d’opposizione.
Negli anni Sessanta piazza Cavour è il simbolo del potere politico. Da una parte ci sono l’Arengo e palazzo Garampi sedi di quelle istituzioni, il Consiglio comunale e la residenza del sindaco. Dall’altra si trova la redazione del «Resto del Carlino» dove scrivono gli oppositori del governo municipale, e dove bazzicano anche gli oppositori interni a qualche partito di quel medesimo governo. Costoro vanno a riferire le lotte interne ai gruppi consiliari, puntualmente riferite poi in una specie di editoriale senza firma dal responsabile dell’ufficio che era Amedeo Montemaggi, ottimo giornalista e soprattutto grande organizzatore in redazione, affiancato dal suo indimenticabile «vice», Gianni Bezzi che poi avrebbe diretto «Il Corso» prima di andare a Roma, e diventare inviato del «Corriere dello Sport». Per la verità Gianni Bezzi avrebbe dovuto essere assunto a Bologna dallo stesso «Carlino», ma poi le cose non andarono come previsto, e gli fu così troncata la carriera sotto le Due torri.
L’affetto di Cardellini
Sui rapporti fra Minghini ed il giornalismo locale, gustosa è la felice ricostruzione fatta da Silvano Cardellini che racconta con l’affetto di una comune militanza tanti anni di lavoro per il «Carlino». Lo definisce «un onesto e grande artigiano» che ha sempre lavorato con amore e passione, senza mai esibirsi. Che ha narrato quell’anima di Rimini che non sempre si riesce a cogliere e raccontare, sotto i bagliori delle luci.
Piero Meldini, nel saggio «Un fotografo tra passato e futuro», spiega: «Da uomo politicamente moderato, Minghini non era propenso a fornire una rappresentazione celebrativa della classe dirigente socialcomunista. Più in generale, non mostrava la minima soggezione per i Palazzi. Non si preoccupò mai di attenuare le rotondità curiali di un Ceccaroni. Dubito che avrebbe mitigato, oggi, la chierica di un Berlusconi».
Liliano Faenza, affidandosi ai ricordi personali, illustra l’ambiente colto del giornalismo riminese che aveva una specie di nume tutelare in Luigi Pasquini. Elzevirista principe per forza polemica e gusto di scrittura modellata su autori ormai già allora non più di moda, Pasquini era anche pittore di una certa fama negli ambienti della borghesia che amava le vedute dei suoi acquarelli. Faenza, attraverso il lavoro di Minghini sul turismo, ricostruisce pure i mutamenti sociali di Rimini, «una città gravata fino a poco tempo prima da una tradizione contadina».
Gli altri contributi sono di Sergio Zavoli, Nadia Bizzocchi, Riccardo Vlahov, Giorgio Conti, Ferruccio Farina, Sandro Bernardi, Antonio Costa, Gianfranco Miro Gori, Paolo Zanfini, Ennio Cavalli. Mentre Ezio Raimondi, Luciano Chicchi, Marcello Di Bella hanno curato le premesse istituzionali.
Come un dipinto la foto di Pompei
Zavoli propone di ricordare anche un altro studio che è stato grande protagonista a Rimini, «Foto Moretti». Nadia Bizzocchi illustra l’archivio Minghini in Gambalunga. Vlahov esamina la tecnica di lavoro del Nostro, citando una foto a colori stupenda, scattata a Pompei, «straordinariamente simile ad un dipinto». Conti illustra un tema fondamentale nella storia della nostra città, la salvaguardia del patrimonio artistico dalle devastazioni che si stavano progettando negli anni Sessanta. Sul quale patrimonio di allora restano le foto di Minghini come documenti fondamentali per uno studio storico.
Farina e Giardini ricostruiscono le vicende dei fotografi cittadini dal 1845 al 1987, anno della scomparsa di Minghini. Gori analizza i rapporti fra Fellini e la città sotto la specie della fotografia, con Minghini quale cicerone per il ritorno del regista a Rimini e la preparazione di «Amarcord». Bernardi, di questo film, esamina «il paesaggio riminese», geografico ed umano, sottolineando quale contributo abbia dato Minghini a Fellini. Costa parla dei «luoghi dell’immaginario felliniano» e del ruolo che vi hanno avuto le immagini preparate da Minghini («nuove stratigrafie» di quell’immaginario medesimo). Infine Zanfini conta e racconta la presenza del regista nell’archivio del fotografo.
Come l’elenco dei contributi dimostra, il catalogo della mostra si offre quale studio fondamentale su cui dovranno poi tornare quanti vorranno raccontare la cultura riminese del secondo Novecento. Per questo la città deve ringraziare chi vi ha messo mano (e cuore), per l’intelligenza e l’attenzione che sono state dimostrate allo scopo di offrire una particolare testimonianza di gratitudine verso Davide Minghini e il suo lungo lavoro a Rimini ed in Romagna. Del quale si dà un ampio panorama pure nell’ultimo numero di «IBC», rivista dello stesso Istituto bolognese dei Beni Culturali che presentava in anteprima la mostra riminese.
Scritto da Antonio Montanari alle 17:35 | Permalink | Commenti (2) | TrackBack (0)
