Con l'apertura della «domus del chirurgo» di piazza Ferrari (7 dicembre), Rimini allarga la sua offerta culturale, rilegge un momento importante del passato più lontano (II sec. d.C.), riscopre il valore che la storia può avere anche sotto il profilo dell'economia e del turismo.
Il 12 luglio 1989 si trovarono le prime tracce di una realtà archeologica fatta di mosaici ed affreschi e soprattutto di 150 strumenti chirurgici, poi ospitati nel vicino Museo della città.
La campagna di scavi protrattasi sino al 1997 ha scoperto anche i resti di un altro edificio più tardo (V-VI sec. d.C.).
Sull'argomento pubblico integralmente la scheda storica composta dall'archeologo Jacopo Ortalli, docente all'università di Ferrara.
La “domus del Chirurgo”
e gli scavi archeologici di piazza Ferrari
Gli scavi di piazza Ferrari
Il complesso archeologico di piazza Ferrari è stato individuato nel 1989, durante i lavori di sistemazione dei giardini pubblici. Al rinvenimento fortuito di alcuni ruderi di età romana hanno fatto seguito, fino al 2006, sistematiche esplorazioni scientifiche: sondaggi e scavi stratigrafici che hanno permesso di scoprire un’area estesa su una superficie di oltre 700 mq.
I resti più significativi corrispondono a parte di un isolato residenziale situato al margine settentrionale dell’antica Ariminum, di fronte al litorale adriatico che all’epoca era arretrato di oltre un chilometro rispetto all’attuale. Ai lati correvano due strade disposte ad angolo retto - un cardine ed un decumano - all’interno delle quali si erano succedute una casa di età imperiale, che comprendeva anche il settore oggi noto come domus del Chirurgo, e quindi un edificio sviluppatosi nella tarda antichità.
Oltre a questi impianti architettonici lo scavo ha riportato in luce altri elementi di interesse: tracce di pavimenti in cocciopesto attribuibili ad una prima abitazione tardorepubblicana, livelli insediativi risalenti all’alto medievo, svariate strutture databili tra il Cinquecento ed il Settecento, tra cui alcuni pozzi in muratura e silos per granaglie un tempo appartenuti ai vicini complessi religiosi di San Patrignano e delle Convertite. L’insieme dei resti, conservato e musealizzato sul posto così come è stato scoperto dagli archeologi, offre dunque l’immagine di un’eccezionale stratificazione storica ed urbanistica che testimonia duemila anni di vita della città.
La domus ‘del Chirurgo’
Nel settore settentrionale dell’area di scavo si conservano i resti della cosiddetta domus del Chirurgo, costruita nella seconda metà del II secolo d.C. ristrutturando la parte posteriore a peristilio di un edificio precedente e ricavandovi un’abitazione a due piani.
Il piccolo ingresso, affacciato sul vicino cardine, immetteva in un disimpegno e quindi in un corridoio interno; su un lato di questo si apriva uno spazio a giardino, mentre sull’altro erano situati diversi ambienti delimitati da muri in argilla poggianti su zoccoli in muratura.
I vani residenziali, decorati da affreschi policromi e da pavimenti musivi a motivi geometrici e figurati, comprendevano una sala da pranzo (triclinium), una camera da letto (cubiculum) e due stanze di soggiorno, la prima delle quali dotata di un pregevole mosaico con Orfeo tra gli animali; in posizione
più defilata erano alcuni vani di servizio: un ambiente riscaldato (ipocausto), una latrina e, al piano superiore, la cucina e una dispensa.
L’intero edificio fu distrutto da un incendio poco dopo la metà del III secolo, probabilmente in occasione di una scorreria germanica avvenuta ai tempi dell’imperatore Gallieno. A tale evento si deve collegare anche la costruzione della nuova cinta muraria della città, della quale è ancora visibile un breve tratto sul retro della casa.
L’improvviso crollo degli alzati ha permesso la conservazione degli arredi e delle suppellettili domestiche, rinvenute tra le macerie sui pavimenti della casa. Tra i tanti materiali risalta soprattutto
una ricca attrezzatura chirurgica e farmacologica, che testimonia la professione medica esercitata dall’ultimo proprietario della domus.
I reperti della domus
Ai resti della domus del Chirurgo conservati nell’area archeologica si accompagnano i reperti di scavo esposti all’interno del Museo Archeologico di Rimini.
La qualità delle originarie decorazioni architettoniche è così testimoniata da una selezione di affreschi policromi recuperati tra le macerie, che comprendono parti di soffitti a cassettoni e di pareti a campiture con motivi floreali o animali, tra cui si distingue una impressionistica veduta con scena di porto. Come elemento di arredo domestico risalta il raffinato quadretto in pasta vitrea di produzione
orientale, originariamente collocato nel triclinium della casa, che riproduce un fondale marino con tre pesci dai vivaci colori; dal giardino provengono un grande bacile marmoreo ed il piede di una statua di Ermarco, filosofo epicureo che testimonia l’inclinazione intellettuale del proprietario della casa. Numerosi sono poi gli oggetti mobili: oltre a vasellame da cucina e da mensa e ad alcune lucerne vi compare una straordinaria dotazione medica composta da più di centocinquanta strumenti chirurgici, da mortai, bilance e contenitori per la preparazione e la conservazione di farmaci e da un vaso termico conformato a piede per applicazioni curative.
In base ai dati di scavo è stato possibile ricostruire fedelmente, a grandezza naturale, l’originario luogo di cura: una taverna medica domestica, composta dalla stanza con mosaico di Orfeo e dal vicino cubiculum, nella quale il chirurgo riminese visitava, operava ed ospitava i propri pazienti.
Al momento dell’abbandono della casa riportano infine il gruzzolo di un’ottantina di monete per le spese quotidiane, che fissa l’evento entro il 260 d.C., e le punte di lancia e giavellotto abbandonate sui pavimenti durante i rovinosi scontri che dovettero provocare la distruzione della domus
Il Chirurgo
Lo strumentario rinvenuto nell’abitazione di piazza Ferrari non lascia dubbi sulla professione del personaggio che vi abitava verso la metà del III secolo: un medico di grande esperienza ed abilità che, come spesso avveniva, doveva essersi formato in ambienti culturali ellenici ed essere giunto in Italia, e più precisamente ad Ariminum, dall’Oriente.
L’origine levantina del personaggio, suggerita anche dall’adesione agli ideali epicurei, è chiaramente comprovata sia dalle scritte in greco che egli incise su due vasetti per la conservazione di erbe medicinali rinvenuti nella taberna medica, sia dal suo stesso nome, con ogni probabilità Eutyches, quale fu graffito sul muro da un paziente ospitato nel letto del cubiculum.
La particolarità dell’attrezzatura chirurgica recuperata nella domus, priva di strumenti ginecologici, in
larga parte destinata ad interventi su traumi ossei e dotata di un rarissimo ferro utilizzato unicamente
per estrarre le punte di freccia dalle carni, sembra indicare un’esperienza professionale maturata nell’esercito, forse in uno di quei valetudinaria militari dislocati lungo i confini dell’impero che rappresentavano le sole strutture sanitarie del mondo romano assimilabili ai moderni ospedali.
A possibili trascorsi nell’esercito riconduce anche la mano votiva bronzea recuperata nella taberna medica, segno di devozione verso Giove Dolicheno, divinità appunto venerata soprattutto tra i soldati. In proposito vale la pena di ricordare anche il cippo votivo scoperto in passato presso il foro, dove si ergeva un sacello allo stesso Dolicheno. La lapide, coeva alla domus del Chirurgo, ricorda infatti come dedicante un T. Flavius Galata Eutyches, personaggio di origine orientale che potrebbe corrispondere proprio al medicus di piazza Ferrari.
Il palazzo tardoantico
Alla distruzione della domus del Chirurgo e all’immediata erezione delle nuove mura della città, che quasi la lambirono, fece seguito il completo abbandono dell’area. Tale situazione, che rifletteva il particolare momento di crisi della città e dello stesso impero romano, mutò solo verso gli inizi del V secolo, in concomitanza con importanti mutamenti storici.
Il trasferimento della sede imperiale a Ravenna, attuato da Onorio nel 402, comportò infatti la parziale rivitalizzazione delle città romagnole, in cui comparvero nuove residenze di lusso abitate da alti ufficiali e funzionari di corte. A questo periodo risalgono appunto i resti conservati nel settore meridionale dello scavo, riferibili ad un’abitazione di tipo palaziale che rioccupò la parte anteriore del vecchio isolato, di fronte al decumano.
L’edificio, scoperto solo in parte, presentava un ampio cortile decorato da una fontana a ninfeo con canali; attorno a questo si disponeva un articolato complesso, ristrutturato e ampliato tra la fine del V e gli inizi del VI secolo, sotto il regno dei Goti.
I ruderi dell’impianto mostrano diversi ambienti, talora dotati di sistema di riscaldamento, collegati da un corridoio angolare; le stanze, con murature laterizie, sono pavimentate da mosaici policromi a complessa decorazione geometrica.
La prestigiosa natura dell’abitazione tardoantica e l’alto rango del personaggio che vi risiedette sono tra l’altro testimoniate dal vano cruciforme con ipocausto e dalla vasta aula absidata che la fiancheggiava, certamente utilizzata dal dominus come sala di rappresentanza e ricevimento.
Le strutture altomedievali
Nel corso del VI secolo, ai tempi della guerra tra Goti e Bizantini, il palazzo tardoantico iniziò a mostrare segni di degrado, per poi essere distrutto, demolito e completamente interrato. In seguito l’area accolse un piccolo cimitero, forse collegato ad un edificio religioso sorto nelle vicinanze, secondo la pratica cristiana che ormai permetteva di seppellire anche dentro la città.
Come testimoniano alcune tombe ancora conservate all’interno dello scavo, gli inumati erano deposti in semplici fosse, talora protette da coperture in tegole, che spesso giunsero ad intaccare i sottostanti pavimenti a mosaico.
Il sepolcreto fu utilizzato fino al pieno VII secolo, dopo di che l’area fu occupata da nuove strutture abitative. Come d’abitudine per il periodo altomedievale, la casa riportata in luce era circondata da spazi aperti, forse coltivati ad orto, ed era edificata con materiali deperibili: gli alzati, sorretti da leggere fondazioni in frammenti laterizi, utilizzavano pali di legno e murature in argilla, mentre i pavimenti erano costituiti da terra battuta.
Nel settore sudoccidentale dello scavo archeologico sono tuttora visibili alcune di queste strutture; sui livelli di calpestio, accanto a varie buche di palo, tra l’altro si conserva un grande focolare con piano di combustione in frammenti di mattoni romani di reimpiego.
Alcuni modesti rifacimenti documentano la sopravvivenza degli impianti abitativi fino all’VIII secolo. In seguito l’area restò inedificata, venendo ricoperta da strati di terreno colturale che solo in età tardomedievale accolsero nuove costruzioni.
Jacopo Ortalli
Tutto il materiale qui riprodotto è stato fornito dall'Ufficio Stampa del Comune di Rimini con l'autorizzazione a pubblicarlo in occasione dell'apertura della domus. Comunicazione del 28 novembre 2007.

complimenti per la sintesi chiara
della storia di quest'area archeologica che costituisce per me riminese fonte di grande orgoglio.
Scritto da: franky Liberty | 23 gennaio 2008 a 18:30
Posso sapere se la domus è visitabile gratuitamente anche questo week end
Scritto da: Carla | 29 aprile 2009 a 16:59