Sulla scomparsa avvenuta stanotte di don Oreste Benzi, pubblico una interessante testimonianza dell'amico e collega Michele Marziani:

Don Oreste Benzi è morto.
Non lo frequentavo più da tanti, tantissimi anni, ma una persona che se ne va riapre sempre dei pezzi di vita. In passato ho molto apprezzato del suo lavoro, il suo stare con i poveri, con quelli che lui chiamava gli ultimi. L'ho apprezzato al punto che a metà degli anni Ottanta mi sono avvicinato alla religione proprio affascinato dal lavoro che svolgevano allora don Benzi e la comunità Papa Giovanni XXIII. Il nostro rapporto è stato talmente forte che ho diretto il giornale della sua comunità, Sempre, dal 1986 fino al 1989. Ed è stato un percorso importante: mi viene in mente solo lo spazio enorme che abbiamo dato ai "dissociati", a chi si staccava dalla lotta armata senza "pentirsi" e le inchieste, forti, che abbiamo fatto sul carcere, sulla povertà, sull'handicap, sulla droga. Sulla droga ci siamo separati: lui convinto assertore del divieto, della punizione, di uno stato etico, appoggiò la legge Jervolino Vassalli, io antiproibizionista da sempre, su quella legge che puniva chi già era punito dalla vita non riuscì a trovare un compromesso con me stesso e me ne andai. E non ci avevano prima separato le questioni su Dio, perché su quelle lui sapeva andare forse più a fondo. Mi permetto un ricordo, personale, intimo, molto forte. Quando ho provato ad avvicinarmi alla fede, ho fatto quello che nella comunità Papa Giovanni XXIII si chiama "anno di esperienza", cioè un percorso, in una casa famiglia, in una struttura di accoglienza, per sperimentare i cinque punti su ci si basa la "vocazione" della comunità: condividere la vita degli ultimi, condurre una vita da poveri, lasciarsi guidare nell'obbedienza, dare spazio alla preghiera e alla contemplazione, vivere la fraternità secondo il Vangelo. Alla fine di quest'anno parlammo a lungo e io spiegai a don Benzi che di tutte quelle cose l'unica che mi affascinava, in cui potevo credere, era condividere la vita degli ultimi, su molte delle altre non ero proprio d'accordo e mi rimanevano i dubbi sull'esistenza di Dio. Quindi la cosa non faceva per me. Don Benzi sapeva stupire e infatti mi stupì dicendo che in fondo bastava, che il resto non era importante. Neppure l'esistenza di Dio? No, mi rispose, tanto esiste lo stesso anche se tu pensi che non sia possibile. Conclusione: sicuramente avevo la vocazione per far parte della sua comunità. La storia poi ci ha portati lontano, felici di incontrarci le volte che capitava, di abbracciarci, ma sempre più distanti, su alcune scelte ci sono stati abissi. Dell'uomo, dell'Oreste Benzi che ho frequentato a lungo, posso dire che ci credeva davvero, sempre e fino in fondo. Occupandosi di persone e di cose di cui tutti, spesso in modo colpevole, ci dimentichiamo. Magari lo faceva in maniera sbagliata, però lo faceva.
Michele Marziani
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Ecco ora la dichiarazione del sindaco di Rimini, dottor Alberto Ravaioli:
"Ogni singolo istante della vita della vita di don Oreste Benzi è stato un invito al coraggio. Soprattutto il coraggio della fede che si fa quotidianamente pratica, azione nella realtà.
In pochi come lui hanno saputo infondere serena passione alla parola evangelica a riecheggiare la sua originaria forza "scandalosa". Perché don Oreste Benzi è stato un uomo di chiesa costantemente e volontariamente dalla parte del non conveniente; che, per una società fatua, è in sostanza il più debole, la persona che soffre non solo a migliaia di chilometri di distanza ma dietro quell'angolo a cui i nostri occhi sono ogni giorno assuefatti.
Ciò spiega l'irrompere del sacerdote nella cronaca, nella storia di Rimini, dell'Italia, del mondo. Un missionario nei luoghi del benessere, a ricordare a tutti noi ostinatamente l'esistenza dei senza casa, dei senza diritti, degli sfruttati, degli emarginati, dei senza speranza.
Non sarebbe giusto riconoscere nell'interventismo di fede di don Oreste un semplice genius loci, un generico addentellato alle peculiarità della nostra terra. E' stato un grande riminese nel senso che è stato grande universalmente. Don Oreste è l'umanità a cui tutto il mondo tende, l'esempio ascoltato da capi di governo e istituzioni, il sacerdote che testimonia Dio là dove non è opportuno andare, la santità che "si sporca le mani" con il secolo e i suoi moderni strumenti di comunicazione. Per questo l'uomo che ci ha lasciato questa mattina va riconosciuto nello stretto gruppo di persone che ha cambiato il corso della storia di una società intera.
Rimini è stata la sua casa, il suo conforto, il seme della sua meravigliosa creatura chiamata Comunità Papa Giovanni XXIII, nata perché "la famiglia è la casa di tutti". Rimini ne ha accompagnato con passione, affetto, orgoglio, ammirazione e discrezione il suo lungo cammino terreno e ora ne saluta l'addio. Non ci sono rimpianti ma serenità. Soprattutto la consapevolezza che ogni scelta della nostra vita vada fatta senza paura; come direbbe don Oreste "con coraggio".
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Queste le motivazioni del conferimento del Sigismondo d'Oro 2004 a don Oreste Benzi (nella foto con il sindaco Ravaioli):
"Per avere creato una Comunità, presente ormai in tutto il mondo e per questo capace di veicolare un'immagine positiva e non convenzionale della città di Rimini, che dà risposte alle persone più deboli e in difficoltà con lo strumento della condivisione; Per avere formato ai valori dell'educazione, della solidarietà e dell'amore per il prossimo tante generazioni di riminesi; Per avere testimoniato con la propria esperienza di vita la capacità della fede di essere presente quotidianamente laddove più forte è il dolore e il disagio."