1430.
Il
progetto di costituire una biblioteca aperta al pubblico e utile
soprattutto agli studenti poveri, è testimoniato nel 1430 per
iniziativa di Galeotto Roberto Malatesti, che segue una intenzione
dello zio Carlo (morto l'anno prima).
1432.
Breve di Eugenio IV del 15 febbraio, relativo alla fabbrica del convento di San Francesco (Turchini, Tempio, p. 82). Forse si riferisce anche ai lavori necessari per realizzare la biblioteca voluta da Galeotto Roberto Malatesti.
1455.
Entro questo anno Roberto Valturio completa il suo De re militari,
dove leggiamo dei «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di
tutte le migliori discipline» donati alla biblioteca del convento di
San Francesco. «Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi che
restano quali tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una
conoscenza aperta all’ascolto di tutte le voci, da Aristotele a
Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del De rerum natura, da Seneca a sant’Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue Vitae degli antichi filosofi» (cfr. il mio Sigismondo filosofo). Vedere l'inventario del 1560.
Dunque
nel 1455 la biblioteca del convento di San Francesco esisteva già.
(Cfr. infra, sub 1475, per il testamento di Valturio a favore della
stessa biblioteca.) Nel prologo del De re militari
(I, 1), Valturio ricorda che a lui ed a molti altri era stato affidato
da Sigismondo l’incarico di procurargli i testi per le nuove
biblioteche che il signore della città voleva realizzare.
1475.
Testamento
di Roberto Valturio che lascia la propria biblioteca alla «liberaria»
(libreria) del convento dei frati di San Francesco di Rimini «ad usum
studentium et aliorum fratrum et hominum civitatis Arimini», con la
clausola che i frati facciano edificare «unan aliam liberariam in
solario desuper actam ad dictum usum liberarie».
Dal documento (pubblicato per la prima volta da ANGELO BATTAGLINI nel 1794 in Della corte letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta), ricaviamo:
1. Nel 1475 esiste già una «liberaria» del convento di San Francesco.
2. Questa «liberaria» è posta al piano terreno.
3. Essa «liberaria» (scrive A. Battaglini) era già diventata copiosa a
spese di Sigismondo, ma giaceva «in piano a terra pregiudicevole a
materiali sì fatti» (Battaglini, op. cit., p. 168).
Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490 (v. sotto ad annum).
Conclude Battaglini che Rimini «dovette dunque non meno a Sigismondo
suo Principe, che al suo cittadino Roberto Valtùri [Valturio]
l'acquisto fatto d'una pubblica Biblioteca» (Battaglini, op. cit., p.
170).
Sigismondo, come ricorda per primo Valturio, dona alla
biblioteca monastica francescana, progettata dallo zio Carlo Malatesti,
«moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori
discipline» [cfr. R. VALTURIO, De re militari, XII, 13].
Il De re militari
(come abbiamo già visto) fu concluso da Valturio nel 1455. Quindi il
patrimonio librario donato da Sigismondo alla biblioteca francescana è
anteriore allo stesso anno 1455.
1490.
L'iscrizione del 1490 (e non 1420 come in un primo tempo era stata letta), ricorda il trasferimento della biblioteca francescana al piano superiore del convento da quello
a terra, «pregiudicievole a materiali sì fatti» (Battaglini, op. cit.,
p. 169). Questa iscrizione è tuttora conservata nel Museo della Città
di Rimini.
Di questa iscrizione non è stata mai fornita sinora la corretta trascrizione. Infatti si è letto come «sum» quanto va trascritto come «summa».
Il testo latino è questo: «Principe Pandulpho. Malatestae sanguine
cretus, dum Galaotus erat spes patriaeque pater. Divi eloqui interpres,
Baiote Ioannes, summa tua cura sita hoc biblioteca loco. 1490».
Ecco la traduzione: «Sotto il principato di Pandolfo. Mentre Galeotto,
nato dal sangue di Malatesta, era speranza e padre della Patria. Per
tua somma cura, Giovanni Baioti teologo, la biblioteca è stata posta in
questo luogo. 1490».
Pandolfo IV, 1475-1534, è figlio di Roberto Novello (1442-1482), a sua volta figlio di Sigismondo (1417-68).
Roberto è morto combattendo al servizio della Chiesa. Con lui era Raimondo Malatesti (figlio di Almerico Malatesta e di Amabilia Castracani) che reca a Rimini la notizia della morte del signore della città.
Galeotto[Galeotto II Lodovico], figlio di Almerico Malatesta (e quindi fratello
di Raimondo), è tutore di Pandolfo e governatore di Rimini.
Giovanni Baiotti da Lugo, frate francescano, è teologo e guardiano del convento di San Francesco.
Raimondo Malatesti il 6 marzo 1492 è ucciso dai nipoti Pandolfo e Gaspare, figli del fratello Galeotto II Lodovico ricordato nella lapide.
Il delitto è considerato da Clementini all'origine di tutti i mali che
affliggono successivamente Rimini, ovvero «il precipizio de' cittadini
e l'esterminio de signori» Malatesti e della loro casa.
Il 31
luglio 1492 Pandolfo e Gaspare, gli uccisori dello zio Raimondo, sono
utilizzati dal padre Galeotto II Lodovico per una congiura contro lo
stesso Pandolfo IV e la sua famiglia.
A mandarla all'aria evitando
una strage, ci pensa Violante Aldobrandini, seconda moglie dello stesso
Galeotto Lodovico e sorella di Elisabetta, madre di Pandolfo IV.
In casa di Elisabetta era stato ucciso Raimondo Malatesti quasi cinque mesi prima (il 6 marzo 1492).
Nella stessa abitazione di Elisabetta è ammazzato Galeotto Lodovico,
mentre suo figlio Pandolfo è tolto di mezzo in casa del signore di
Rimini Pandolfo IV. Gaspare invece è arrestato, processato
sommariamente e decapitato.
Due mesi e mezzo dopo la congiura
fallita e la morte dei suoi ideatori, Violante convola a nuove nozze.
Violante era la matrigna di Gaspare e Pandolfo, figli della prima
moglie di Galeotto Lodovico, Raffaella da Barbiano.
Pandolfo di
Galeotto Lodovico a sua volta ebbe quattro figli (Carlo, Malatesta,
Raffaella, Laura) perdonati da Pandolfo IV a testimonianza della sua
volontà di pacificazione all'interno della famiglia e della città.
Dal 1492 per circa un secolo, gli omicidi politici che abbiamo
registrato, continueranno «a far calare sangue», come acutamente
osserva Rosita Copioli.
1560.
La biblioteca era
costituita da due file di plutei di venti elementi ciascuna. “Circa”
centocinquanta opere sono nella prima fila, “circa” centoventitre nella
seconda. Ovvero “circa” 273 opere in tutto.
Questi dati
risultano da un inventario del 1560 (p. 346) conservato a Perugia e
pubblicato nel 1901 da Giuseppe Mazzatinti in un saggio intitolato La
biblioteca di San Francesco (Tempio malatestiano) di Rimini, contenuto
nel volume «Scritti vari di Filologia» apparso a Roma presso Forzani,
Tipografi del Senato, pp. 345-352.
Il saggio di Mazzatinti è datato «Forlì, agosto 1901».
1511.
Ricordandoci attentamente di questo inventario del 1560, prendiamo in considerazione una notizia relativa al 1511, e contenuta in un testo ms. di padre Francesco Antonio Righini (SC-MS 372, "Miscellanea Scriptorum...", c. 284r, Biblioteca Gambalunga di Rimini).
Righini scrive: dai libri conventuali di San Francesco risulta che la biblioteca era stata trasferita a Roma «sic jubente Pontefice».
Righini precisa l'anno (appunto il 1511), citando un testo di Paride Grassi relativo al soggiorno riminese presso i francescani del papa stesso, Giulio II.
(Il testo di Grassi, cerimoniere pontificio, è stato pubblicato nel 1886, Le due spedizioni militari di Giulio II, in «Documenti e Studi» della Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna, I).
Il passo di Righini forse allude ad un trasferimento parziale della biblioteca francescana, dato appunto che nel 1560 la essa era
costituita da due file di plutei di venti elementi ciascuna per un
totale di “circa” 273 opere.
Padre
Righini è passato alla storia con la fama di falsario per una storia
legata alla beata Chiara da Rimini. Inventò la scoperta d'un
manoscritto datato 1362. I raggi ultravioletti hanno consentito di
leggervi una data raschiata («14 agosto 1685») che svela il suo trucco.
Nel 1514 è distrutta la biblioteca malatestiana di
Pesaro. Risulta dispersa anche quella di Brescia L’unica che resta è
quindi quella di Cesena (v. infra).
XVII secolo.
Nel Sito riminese di Raffaele Adimari,
che esce a Brescia nel 1616, si legge (I, p. 72) che presso il convento
francescano dei Conventuali esisteva una «sontuosa, et buona libreria».
All'inizio del secolo XVII, precisa Antonio Bianchi (Storia di Rimino dalle origini al 1832,
Rimini 1997, a cura di Antonio Montanari, p. 146), «della preziosa
libreria, che i Malatesti, per conservarla ad utile pubblico, avevano
dato in custodia ai frati di San Francesco», restano soltanto quattrocento volumi per la maggior parte manoscritti.
Questo «rimasuglio» di quattrocento volumi (in realtà molto meno, “circa” 273, visto l'inventario del 1560), va perduto secondo monsignor Giacomo Villani (1605-1690), perché quelle carte preziose finiscono in mano ai salumai («deinde in manus salsamentariorum mea aetate pervenisse satis constat»).
Federico Sartoni (1730-1786), come riferisce Luigi Tonini (Rimini dopo il Mille, p. 94), sostiene invece che i frati vendettero la libreria alla famiglia romana dei Cesi,
alla quale appartengono i fratelli Angelo (vescovo di Rimini dal 1627
al 1646) e Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603.
Il manoscritto di Sartoni è in BGR, Sc-Ms.1136: SARTONI, FEDERICO COSIMO, Copia
di uno zibaldone mss. che era in Casa Sartoni ed ora posseduto dal N.
U. Signor Domenico Mattioli, contenente memorie ed avvertimenti per la
storia di Rimini... Sta in: TONINI, LUIGI: [Cronache riminesi...] (cc. 222-97). La parte che qui interessa è alle cc. 49-50.
XVIII secolo.
Il
convento di San Francesco è ristrutturato ampiamente, come documenta il
ms. AB 51, relativo alle spese fatte «per la Fabrica del Convento (1762-1764)», conservato in Archivio di Stato di Rimini, Fondo Congregazioni soppresse.
CONCLUSIONI.
1. Francesco Gaetano Battaglini nelle sue Memoriesulla storia riminese (1789, p. 281) scrive che nel 1490 avvenne il
trasporto della «celebre» biblioteca francescana «a più conveniente
luogo», secondo le disposizioni di Valturio.
In precedenza,
aggiungeva Battaglini, la biblioteca francescana era stata «arricchita
di codici da Sigismondo, ed accresciuta dalla suppellettile libraria»
dello stesso Valturio. (Questo passo è riprodotto da Luigi Tonini nellaStoria di Rimini, III, p. 321.)
2. L'archivio comunale e la biblioteca. Già dall'età comunale, «apud locum fratrum minorum» (cioè nello stesso convento francescano) si trovava l'archivio comunale(F. G. Battaglini, p. 44). Questo luogo dell'archivio è definito a metà
del XV sec. come «sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti
Francisci» (F. G. Battaglini, ibid.)
La presenza del pubblico archivionella sede conventuale, documenta un particolare ed antico rapporto fra
l'amministrazione cittadina ed i padri della chiesa di San Francesco,
ben anteriore alla nascita di quella «celebre» biblioteca che, anche secondo Battaglini, essendo stata arricchita da Sigismondo, esiste quindi quando questi governa Rimini: dal 1430 assieme ai fratelli Galeotto Roberto (che scompare il 10 ottobre 1432) e Domenico Malatesta Novello; e dal 1433 da solo (mentre Novello diviene signore di Cesena).
Circa l'archivio, da altra fonte (una cronaca del 1532 firmata da padre
Alessandro da Rimini e pubblicata nel secolo scorso da padre Gregorio Giovanardi), ricaviamo:
a) al tempo di papa Paolo II (1464-71) va a fuoco la sagrestia della
chiesa di san Francesco con perdita di mss. «antichissimi ed
importantissimi» (si ricordi quanto riportato in F. G. Battaglini circa
«sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci»;
b) il resto dell'archivio, verso il 1528, è dichiarato a Roma da papa Clemente VII (1523-34).
In un testo del 1616, il Sito riminese di Raffaele Adimari (II, pp. 59-60) leggiamo: nel 1528,
dopo la cacciata dell’ultimo Malatesti il 17 giugno con il conseguente
passaggio definitivo alla Santa Sede, l’archivio e la cancelleria della
città (posti in San Francesco) subirono un assalto.
Con lo stesso furore con cui aveva cercato di
danneggiare il Tempio (difeso dalla nobiltà), «la plebe, che sempre
desidera cose nuove» asporta «dall’archivio, e Cancellarie, libri, e
scritture» bruciati sulla piazza della fontana. Una gran parte di quei
documenti fu però salvata «dal furore plebeo» e posta «in due stancie
del Monastero di San Francesco, sotto buone chiavi».
La vicenda ha un’appendice: «andando la cosa alla
longa, alcuni Frati ansiosi di vedere, che cosa fosse là dentro,
scopersero il tetto per entrar dentro dette stancie, e tolsero molte
delle dette scritture, le quali furono conosciute per la Città: al fin
poi quando se determinò di liberar dette stancie, poco n’erano rimase,
le quali restorono in poter delli detti Rev. Padri di quel tempo, alla
venuta poi della F. M. di Papa Clemente Ottavo, havendone notitia non
sò come le fece levare impiendone due sacchi e mandolle a Roma […] Et
perciò la nostra Città, per tal causa fù priva di molte scritture
importanti, e honorate […]».
Adimari parla di Clemente VIII (1592-1605) e non di
Clemente VII (1523-34) come padre Giovanardi che si rifà alla cronaca
del 1532.
Clemente VIII passò per Rimini nel 1598 (Tonini, VI, 1,
p. 382). Cioè settant’anni esatti dopo l’assalto popolare all’archivio
di cui parla Adimari.
3. Augusto Campana [1931] nel celebre studio sulle biblioteche italiane, scrive al
proposito della presenza dei padri francescani nella biblioteca
malatestiana: «È possibile, ma è prudente darlo solo come possibile,
“che questa libreria - per servirmi delle parole del Massèra - fosse
affidata ai frati di San Francesco”». Prosegue Campana: «Ad ogni modo
presso di quelli, verso la metà del quattrocento, dovette stabilirsi una notevole raccolta di libri», poi arricchita da Sigismondo (v. sopra).
Quindi Campana non mette in dubbio l'esistenza di una pubblica biblioteca malatestiana «ad
communem usum pauperum et aliorum studentium», ma segnala che è
prudente (seguendo Massèra) considerare possibile una sua gestione da
parte dei frati.
Il che però contrasta fortemente con il
testamento di Valturio del 1475 che si rivolge direttamente a quei
frati. Se non l'avessero gestita loro, Valturio non avrebbe scritto
quanto leggiamo nelle sue volontà (in ben tre stesure), dove sempre si
parla della «libreria del convento dei frati di San Francesco».
Le carte d'archivio parlano chiaramente, e fanno decadere l'osservazione di Massèra e la conseguente cautela di Campana.
4. Massèra. Riporto il testo integrale di Massèra dal saggio sulla Gambalunga contenuto in «Accademie e Biblioteche
d'Italia», 1928, VI, p. 27: «È probabile che questa libreria fosse
affidata ai frati di San Francesco, il cui convento era attiguo alla
chiesa» poi divenuta il Tempio malatestiano. «Appunto fu Sigismondo ad
arricchire la biblioteca dei Conventuali di moltissimi volumi», come
attesta Valturio etc.
Poi Massèra scrive che la lapide «tuttora
esistente» attesta «che la sistemazione desiderata ebbe luogo o
termine», essendo guardiano Giovanni Baiotti da Lugo.
A p. 29 Massèra incolpa i Conventuali riminesi d'aver lasciato «disperdere le ricchezze raccolte».
I frati vendettero liberamente la libreria alla famiglia romana dei Cesi, come pare sostenere Sartoni?
Forse essi furono costretti non dico dal vescovo romano, ma dalle loro
misere condizioni (che risultano da molti documenti conservati in
Archivio di Stato di Rimini).
Certo è che Massèra non conosceva la notizia di Righini del 1511 (la biblioteca era stata trasferita a Roma «sic jubente Pontefice»).
5. Prima di Cesena.
Se la biblioteca Gambalunga (1619) è la terza in Italia ad essere
pubblica dopo l'Ambrosiana di Milano (1609) e l'Angelica di Roma
(1614), a quella riminese di Francescani e Malatesti del XV secolo spetterebbe il merito di essere stata la prima in assoluto ad essere pubblica,
partendo dal documento del 1430. E di essere sorta anteriormente a
quella di Cesena che infatti, si apre soltanto nel 1452 (v. sotto, la
scheda «TRA RIMINI E CESENA»).
La Gambalunga, va aggiunto, è la prima in Italia ad essere «civica» (cioè del Comune).
TRA RIMINI E CESENA
I rapporti intercorsi tra Rimini e Cesena a metà Quattrocento, sono documentabili attraverso due edizioni della Naturalis Historia di Plinio.
1. Il Plinio di Jacopo della Pergola (1446)
La prima, completata da Jacopo della Pergola a Rimini l'11 ottobre 1446, è stata voluta (secondo Raimondo Zazzeri, 1887) da Sigismondo Pandolfo Malatesti. Il quale poi la donò al fratello Malatesta Novello che la fece inserire nella biblioteca cesenate (S. XI. I).
Questa notizia di Zazzeri è stata smentita da Enza Savino (I due Plinii Naturalis historia della Malatestiana, in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni,
a cura di a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis,
1995, pp. 103-114), soltanto in base al «fatto che Sigismondo Pandolfo,
secondo l'immagine consegnata dalla storiografia locale, non coltivò
interessi da bibliofilo né tanto meno da bibliografo con la stessa
costanza e passione del fratello».
L'immagine che Enza Savino riprende di Sigismondo «dalla storiografia locale», è tutto all'opposto
della realtà. Abbiamo già visto che Sigismondo, come scrisse Valturio,
dona alla biblioteca francescana «moltissimi volumi di libri sacri e
profani, e di tutte le migliori discipline». (Testi latini, greci,
ebraici, caldei ed arabi «che restano quali tracce del progetto di
Sigismondo per diffondere una conoscenza aperta all'ascolto di tutte le
voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del De rerum natura, da Seneca a sant'Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue Vitae degli antichi filosofi»: cfr. il mio Sigismondo filosofo umanista).
Non interessa stabilire, cosa del resto difficile se non impossibile,
se veramente il ms. S. XI. I sia stato ordinato ad Jacopo della Pergola
da Sigismondo. Il dato certo è che esso è stato lavorato a Rimini e che esso poi è finito a Cesena.
Augusto Campana [1931] ricorda che Jacopo lavorò sia a Rimini sia a
Fano. Il che gli suggerisce questa importante conclusione: è possibile
supporre che i copisti «fossero scambiati, al bisogno, tra il Signore
di Cesena e quello di Rimini».
Sulla stessa linea della Savino si pongono alcune parti degli studi di Donatella Frioli: cfr. ad esempio il suo Cultura e scrittura,
in «Medioevo fantastico e cortese». Qui di positivo c’è l’affermazione
di una produzione locale «vistosamente proiettata all’esterno», cioè al
di fuori del «ristretto ambito locale».
Ma di negativo troviamo una conclusione terribilmente
inconsistente della «cifra umanistica» usata da Sigismondo come
«strumento di autoaffermazione».
In altro lavoro, l’autrice afferma che Sigismondo fu
«tanto interessato ad arricchire e ‘dotare’ la libraria francescana
quanto noncurante per il prestigio della propria raccolta». Questo
«noncurante» nasce dal fatto che non si è compreso un dato basilare
della figura di Sigismondo, il quale proietta tutto se stesso nel
Tempio (da un canto) e nei testi donati alla biblioteca francescana
(dall’altro). È in essa che lascia il suo segno intellettuale. Non ha
nessun senso paragonare l’inventario della biblioteca monastica con
quella privata del castello.
2. Il Plinio di Francesco da Figline (1451)
L'altra Naturalis Historia cesenate(S.
XXIV. 5), è opera di Francesco da Figline commissionatagli dal medico
riminese Giovanni di Marco («Scriptus et completus per me fratrem
Franciscum de Fighino ordinis minorum pro egregio ac prestantissimo
artium et medicine doctore Iohanne Marci de Arimino 1451 die 10 maii»).
Fu lasciata in testamento alla biblioteca cesenate nel 1474 dallo
stesso Giovanni di Marco, in precedenza medico personale di Malatesta
Novello.
Nel 1451 la Malatestiana cesenate non era ancora
completata. Lo sarà l'anno successivo («la biblioteca fu compiuta nel
1452: M CCCCLII / Matheus Nutius fanensi ex urbe creatus, / Dedalus alter, opus tantum deduxit ad unguem», cfr. Campana).
Quindi Francesco da Figline non era ancora nella città di Novello che
poi lo nomina primo bibliotecario della Malatestiana. Ma era ancora a
Rimini. Dove lavora (anche) per Giovanni di Marco il quale come medico
era attivo sia a Rimini sia a Cesena.
Su Francesco da Figline, cfr. P. G. FABBRI, La società cesenate nell’età di Malatesta Novello Malatesti,
Cesena 2000, p. 107: «Malatesta Novello nominò Francesco da Figline suo
personale cappellano e si può perfino credere che l’avesse fatto venire
appositamente presso il convento cesenate, perché informato delle sue
doti di studioso e di copista».
Francesco da Figline è uno di quegli «uomini» di cui
Fabbri parla anche nelle pp. precedenti, e di cui dice (immediatamente
prima della cit. riportata), che essi «venivano dai luoghi malatestiani
della Romagna, delle Marche e dalla Toscana, dove i Malatesti erano
soliti reclutare i propri ufficiali» (p. 107).
Dunque se è possibile «perfino credere che l’avesse
fatto venire appositamente presso il convento cesenate», dev’essere
altrettanto possibile «perfino credere» che Francesco da Figline
provenisse da quella Rimini dove abitava Giovanni di Marco che
commissiona al frate il Plinio del 1451.
Anzi potrebbe esser stato lo stesso medico Giovanni di
Marco a metter in contatto Francesco da Figline con Malatesta Novello
direttamente o attraverso Sigismondo.
I due manoscritti di Plinio documentano dunque un'intesa attività 'libraria' riminese dopo il 1430 e prima del 1452 (apertura della biblioteca di Cesena).
Questa attività è facilmente collegabile alla esistenza della biblioteca dei Malatesti presso il convento di San Francesco di Rimini.
Per quel lasso di tempo i documenti si trovano, se non ci si dimentica
di interpretare correttamente quelli che esistono già, come appunto i
lavori 'riminesi' di Jacopo della Pergola (1446) e di Francesco da
Figline (1451).
APPENDICE.
Convento di San Francesco, Inventario 1736-53, AB 155 ASRimini, Congregazioni soppresse
Indice, p. 71.
Pag.
120, «Inventario delle supellettili esistenti nella libraria del
Convento, fatto il dì 30 Ottobre 1753 dal M. R. P. Maestro Caffarelli
(1) Guardiano».
Le suppellettili elencate sono:
1. Varie scanzie di abeto attorno alla Camera.
2. Un armadietto di abeto con chiave.
3. Una tavola longa in mezzo di abeto.
4. Uno scanno di abeto.
5. Due sedie di corame con bracci di noce.
L’Inventario poi registra due camere prossime alla Libraria:
1. pag. 88 (25 gennaio 1753): «Camera assegnata ad uso di Forasteria, contigua alla Libraria».
2. pag. 103 (19 ottobre 1753): «Camera assegnata ad uso di forasteria, prossima alla Libraria».
Esiste
poi una «Camera detta dell’Archivio» (30 ottobre 1753, p. 114) con «un
armario grande d’abeto coi suoi sportelli», ed «un armario più piccolo
d’abeto verniciato», oltre a «Due scanzie una grande l’altra piccola».
Forse non ha nessun significato la data
del 30 ottobre 1753 presente nei due inventari, quello della Libraria
(p. 120) e quello dell’Archivio (p. 114).
Ma se immaginiamo che la successione cronologica degli
inventari significhi anche la vicinanza fisica dei due luoghi
esaminati, possiamo ricavarne una ipotesi. Che il locale dell’antica
biblioteca francescana quattrocentesca (dal 1490 al piano superiore)
fosse stato smembrato in quattro stanze: Libraria, Archivio e le due
camere «ad uso di Forasteria», una contigua ed una prossima alla
Libraria stessa.
NOTA. (1) Altrove «Giuseppe Caffarelli».