Una studiosa di origine francese ma che opera in Italia, Claire Vovelle, si è interessata di Rimini e di un suo autore, vissuto nella seconda metà del 1600 e morto nel 1727, Giuseppe Malatesta Garuffi. Del quale ha pubblicato presso l’editore riminese Raffaelli il Maritaggio della virginità.
Ecco un breve profilo di Claire Vovelle. Nata ad Aix-en-Provence, vive e lavora a Pisa. Ha insegnato nelle Università di Teramo, Urbino e Pisa. Ha dedicato una tesi di dottorato al poeta satirico Bartolomeo Dotti (Brescia 1648-Venezia 1713) di cui ha contribuito a ricostruire le travagliate vicende biografiche (cfr. Una vita adattata al romanzo: Bartolomeo Dotti, poeta satirico, “Quaderni Veneti”, 26, 1997, p. 51-93) e di cui ha pubblicato la corrispondenza (cfr. Il fascino discreto della nobiltà: Bartolomeo Dotti tra esilio e compromesso (1674-1706), “Trimestre”, 1995 XXVIII/1-4, p. 157-219).
In seguito ha continuato ad occuparsi del periodo che va dal tardo Seicento al Settecento, pubblicando saggi, oltre che su Bartolomeo Dotti, su Pier Iacopo Martello, Domenico Federici, Giuseppe Malatesta Garuffi e Carlo Goldoni.
I suoi interessi si concentrano sulla satira e sul modo in cui influisce su altri generi nonché sul teatro e sulla ricezione dell’evento teatrale.
L’abbiamo intervistata in esclusiva per il nostro blog.
Com’è arrivata ad interessarsi di Malatesta Garuffi?
«La figura di Giuseppe Malatesta Garuffi è nota all’interno del panorama secentesco. Infatti, credo che nessuno studioso di quel periodo o delle accademie possa affermare di non avere mai consultato la sua Storia delle accademie d’Italia.
Come molti altri avevo quindi avuto in mano la prima parte di questo studio ed ho potuto consultare in seguito quella rimasta inedita e conservata presso la Biblioteca Civica Gambalunga.
Ma, come molti credo, non conoscevo il suo autore, o molto poco. Il mio primo incontro con lui è avvenuto dopo il dottorato di ricerca, nel 1997, e, se devo essere sincera, non è stato amore a prima vista
In quel periodo stavo cercando di ampliare i miei orizzonti nel campo della produzione satirica quando delle satire di Garuffi, conservate presso la Biblioteca Gambalunga, mi sono state segnalate dall’allora direttore, Piero Meldini, il quale mi parlava anche in generale della ricchezza dei fondi secenteschi posseduti dalla biblioteca.
Per quello che riguarda il mio interesse per Giuseppe Malatesta Garuffi posso quindi dire che “galeotta fu” la satira secentesca in generale.
Le satire garuffiane si sono poi rivelate ricche, ed in un certo modo originali, anzitutto perché, in un secolo volto sopratutto verso Giovenale, si rifacevano ad Orazio.
E sono stati ancora la satira ed i suoi avvertimenti moralistici a portarmi al suo teatro e quindi al Maritaggio della virginità (o verginità, tant’è vero che l’autore usa ambedue le ortografie in vari suoi scritti), vale a dire ad una produzione certo sacra e moralistica ma anche ricca di sorprese, come testimonia il Maritaggio e non solo».
Quale ruolo attribuisce allo stesso Malatesta Garuffi nel panorama culturale di Rimini e dell’Italia del suo tempo?
«Non è una domanda cui è facile rispondere, anzitutto se la si affronta a più livelli le risposte possono variare molto.
A proposito di livelli, colgo l’occasione per aggiungerne un terzo, quello europeo – che non può ai miei occhi essere trascurato, il che mi porterà a complicare, e forse mitigare ulteriormente la risposta che mi sforzerò di fornire.
Ma cominciamo dal livello più semplice. Garuffi può senz’altro essere considerato un personaggio di rilievo al livello riminese: nella sua città natale non credo che servano prove per dimostrare l’importanza delle cariche da lui rivestite, dall’attività di parroco e dalle pubblicazioni ad essa legate e in particolar modo il Parroco all’altare – che sono, non bisogna dimenticarlo, quelle che conobbero la maggior diffusione -, a quella in seno alle accademie, di cui costituisce certamente una valida testimonianza la Storia delle accademie, per concludere poi con quella di custode della biblioteca Gambalunga e di docente.
Una presenza sempre rilevante assume il nostro a livello italiano: infatti egli è in contatto con personaggi di rilievo come Lodovico Antonio Muratori che allude all’autore riminese nella prefazione ai Rerum italicarum scriptores e che con lui ebbe, a partire dal 1696, una corrispondenza riguardante ricerche epigrafiche ed antiquarie e anche Apostolo Zeno che fa menzione di lui in una lettera al conte Camillo Silvestri di Rovigo, datata Venezia, 12 aprile 1698, nella quale si parla di “Giuseppe Malatesta Garuffi già bibliotecario di Rimino, ed allora Arciprete di Risano [sic], soggetto di molta erudizione”.
Fuori dall’Italia Garuffi non è del tutto sconosciuto: ad esempio sappiamo che le sue opere erano note in Francia.
Infatti, anche se Girolamo Tiraboschi, nella sua Storia della letteratura italiana, in un passo in cui allude, a proposito del monologo, al Rodrigo di Garuffi, può concludere “né io credo perciò che da esso ne prendesse l’idea Rousseau; perché troppo è difficile che questo libercolo passasse le Alpi”, sappiamo invece dalla voce che il severo Weis dedica al nostro nella Biographie Universelle che quest’opera teatrale fece parte di quelle che circolarono in Francia.
E’ anche vero che il biografo francese insiste sul relativo provincialismo dell’autore riminese concludendo la sua voce col dire “on regrette que l’auteur ne se soit pas trouvé placé dans une ville où il aurait pu se procurer plus facilement des ouvrages dont la connaissance aurait été utile à ses lecteurs”.
Ma la testimonianza di Weis, al di là del giudizio negativo, testimonia di un reale interesse oltr’Alpe per opere un po’ meno scontate».
Infine, come vede il ruolo odierno di Rimini nella cultura italiana?
«Inizialmente Rimini era sopratutto legata ai miei occhi ad una sorta di cliché fatto di immagini felliniane e di dolce vita sulla riviera romagnola, come per molti, credo. E rimane tuttora importante la presenza di questi luoghi, ma non sono una studiosa di cinema. Per questa ragione la visione che mi sono potuta fare del ruolo svolto oggi da Rimini nella cultura italiana mi deriva essenzialmente dalla frequentazione della Biblioteca Civica Gambalunga la cui ricchezza costituisce senz’altro un apporto notevole alla cultura italiana.
All’epoca in cui vi sono approdata c’era anche un altro elemento o sia la presenza di un direttore, Piero Meldini, che oltre a svolgere delle funzioni ufficiali all’interno di questa struttura, era anche noto fuori da Rimini e fuori dall’Italia per la sua produzione letteraria. Tutti questi elementi contribuiscono ai miei occhi a tracciare il quadro del ruolo odierno di Rimini nella cultura italiana».
Nell'immagine (dal sito del Comune di Rimini), il cortile della Biblioteca in palazzo Gambalunga.

Questo post è stato sottoposto al linkaggio da parte di siti non letterari o storici, che diffidiamo a nome dell'autrice del libro qui citato,
Scritto da: Antonio Montanari | 05 settembre 2007 a 18:54